Cap.3 Caraibi - Trinidad - grandinavigatori

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Cap.3 Caraibi - Trinidad

I grandi navigatori > Un piccolo sognatore
Capitolo terzo : da Santa Lucia a Trinidad


29 Dicembre –di nuovo in mare
Dopo le vacanze natalizie Duale è pronto per riprendere il mare.
Ripartenza  ………. , quasi!
Questa volta si riparte con un equipaggio giovane. A Michele ed io, si sono aggiunti Andrea, mio figlio, e due sue simpatiche amiche, Valentina e Raffaella. Età media 40 anni, ovviamente sono io che do un pesante contributo all’innalzamento dell’età.
Un po’ di cambusa, uno sguardo a St. Lucia, un buon caffè da Elena, un’italiana che ha aperto uno splendido bar & gelateria a Rodney Bay.    Questa volta siamo super equipaggiati: il velaio ha controllato le nostre vele e riparato il gennaker, l’elettronico di Rodney Bay ha sistemato l’attuatore del nostro autopilota ed io, memore dei tre giorni passati al timone, mi sono portato dall’Italia, dove ho trascorso la festa di Natale,   un attuatore di rispetto.
Più preparati di così! Pronti, via!
Usciamo dal porto, vai con le vele, rotta verso St. Vincent, ma …….. l’autopilota non funziona!
Poiché abbiamo montato noi l’attuatore controlliamo tutti i collegamenti …… niente da fare …… Il quadro   di controllo e di comando in pozzetto segnala “ST failure”. Strano  perché invece il telecomando  funziona correttamente  ed  è  in  grado  di comandare  l’autopilota.
Torniamo a St. Lucia e ci rivolgiamo di nuovo al nostro elettronico.
Diagnosi : il quadro di comando e di comando in pozzetto ha assorbito umidità. Terapia: va sostituito.  Durata della cura: una settimana per far arrivare il pezzo di ricambio.
I giovani appena imbarcati ci guardano perplessi, Michele ed io ci scambiamo un’occhiata d’intesa e ………. dai che ce ne andiamo! L’autopilota lo possiamo comunque attivare con il telecomando.

Santa Lucia
Eccoci a St. Vincent, ma nel frattempo ci siamo documentati e, stante il limitato tempo a disposizione dei ragazzi decidiamo di saltare questa tappa e alla massima velocità possibile, qui il sole tramonta presto, dirigiamo su Bequia.Quando   entriamo   nella   grande   baia   il   sole   è   già tramontato, ma c’è ancora luce sufficiente per individuare un  ormeggio  tra  una  selva  di  barche,  non  meno  di settanta, che riempiono la baGià ……… ma ……. sento uno schiocco a poppa!
Mi volto, ma è troppo buio per capire che cosa è successo. Decidiamo di completare l’ormeggio prima di indagare su quello strano segnale. A prima vista sembra non sia successo niente, poi, come in un lampo, mi ricordo che avevamo   a   poppa   la   traina   e   che,   nella   fretta   di raggiungere prima del buio l’ormeggio, ci siamo dimenticati di ritirarla.
Quello che è successo ha dell’incredibile: la traina deve essersi impigliata nel basso fondale della baia ed il filo si è spezzato. Niente di grave direte voi, può succedere!
Già, ma ditemi voi se non è sfiga che il filo tranciato, svolazzando, si arrotoli intorno all’asse delle pale del nostro  generatore  eolico.  Beh  per  sgarbugliare  il  tutto basta abbattere a livello di coperta il generatore, sfilare le pale e togliere il filo arrotolato. Mano alle brugole per svitare i montanti dell’eolico ed abbatterlo
Sorpresa …. ! Io che mi vanto dicendo che …… “a bordo c’è tutto” vengo clamorosamente smentito.
Per svitare i montanti che avevamo installato a Lanzarote non  bastano  le  normali  brugole,  servono quelle  di tipo “americano” che non sono presenti nel kit di manutenzione.  Chissà  se  in  questo  piccolo  angolo  di mondo troveremo delle brugole “americane” ? Niente paura, ormai siamo vaccinati contro le contrarietà che il mare ci riserva.
Facciamo un bel punto a capo, ci penseremo domani!
Eolico   spento,   batterie   ricaricate   con   il   generatore  a gasolio, ci concentriamo su di una bella spaghettata alla carbonara preparata da Michele. Notte tranquilla.
Domani è un altro giorno!

31 dicembre 2010
Abbiamo sistemato il generatore eolico. Meraviglia!
In un piccolo bazar di Bequia abbiamo trovato le brugole americane di cui avevamo bisogno.
Via di nuovo verso Canouan,  una piccolissima isola delle Granadine poco conosciuta (è il suo bello) dove ci siamo conquistati una splendida spiaggia tutta per noi. Incredibile!
Su questa spiaggia non c’è anima viva, ma poco lontano dal nostro ormeggio c’è una barca che batte bandiera italiana. Michele ed io ci sentiamo chiamare a gran voce. Pensate, è Pietro, il nostro vicino di barca di Fezzano! Sapevamo che sarebbe partito per i Caraibi dopo di noi e ci eravamo dati appuntamento a Las Palmas, ma, strada facendo, aveva cambiato destinazione e si era diretto su Tenerife. Ed ora eccolo qua che ci raggiunge a bordo con il suo tender. In tutta l’isola sono ormeggiate non più di 10 barche. Trovarci su quella spiaggia deserta ha dell’incredibile.
Bene!
Programmiamo di scendere insieme a terra dopo cena per festeggiare l’arrivo del nuovo anno con i pochi locali e turisti presenti sull’isola.
Ma in mare non esistono certezze!
Verso le 19 una serie serrata di groppi investono l’isola:
vento a go go che alza un bel mare e che ci costringe a ricercare un ormeggio più ridossato, ma lontano dal piccolissimo  paese.  Con il  buio,  scendere  a  terra  con il tender diventa una pazzia. Dovremo limitarci a sentire le musiche  locali  ed  a  vedere  qualche  striminzito  fuoco d’artificio dalla nostra barca.

capodanno
Ma a bordo c’è uno spirito gioioso.
Michele, il cuoco più abile che abbiamo a bordo, ci prepara “udite udite” un bel cotechino con lenticchie al curry. In frigorifero abbiamo preparato una bottiglia di Veuve Cliquot per festeggiare la mezzanotte
Ore 24.
Il tappo del nostro champagne esplode con l’arrivo del nuovo anno. Ci abbracciamo e ci stringiamo per cercare di realizzare una bella foto di gruppo.
Nessuno ha sonno!
E così iniziamo, un po’ per scherzo, ma a tratti anche con serio impegno, come dovremmo affrontare questo nuovo
2011. Ecco il risultato:
“Il 2011 dovrà essere affrontato con obiettivi chiari e definiti,  implementati  in  modo  randomico  ed avventuroso, interagendo con le opportunità e gli imprevisti del percorso”
A tutti l’augurio di un buon 2011.
1 gennaio - La vacanza è iniziata!
Abbiamo dedicato il primo giorno del nuovo anno alla più famosa delle isole Granadine: Tobago Keys.
Il tempo non era bellissimo, giravano ancora minacciosi groppi, eredità della notte precedente, ma ormai, vaccinati dai tanti incontrati, abbiamo deciso di muoverci lo stesso.
Un paio d'ore di navigazione, ingresso tra le isole un po’ difficile  per  via  di  una  miriade  di  barrire  coralline  e proprio in quel momento si scatena un diluvio di intensità tosta. Michele a prua, io al timone, cerchiamo di trovare al più presto possibile un ormeggio tra la miriade di barche già alla fonda. Non facile! Per buttare l'ancora dobbiamo metterci a fila vento (30 nodi), il mare agitato ha sollevato parecchia onda e la visibilità è minima stante il diluvio che sta scendendo (io poi con gli occhiali infradiciati faccio ancora più fatica a trovare un varco tra le tante barche che ballonzano intorno a noi). Mi infilo in un varco e segnalo a Michele di buttare l'ancora! La catena scorre e si distende rapidamente man mano che la barca retrocede per il forte vento. A 40 metri di catena Michele si ferma e comincia a lanciare  segnali  preoccupati:  secondo  lui  l'ancora  non tiene, a me invece sembra che abbia preso. Michele mi fa capire che vorrebbe recuperarla per tentare un nuovo ormeggio, ma io urlo con quanto fiato ho in corpo, per farmi sentire, un forte no! Dietro di noi abbiamo acque libere ed io penso che, se anche l'ancora ara sul fondo, sia meglio  retrocedere  lentamente,  frenati  dall'ancora,  che non mollare la presa con il rischio di andare a sbattere su una delle tante barche che abbiamo sui fianchi. Michele continua a propormi di salpare l'ancora. Io continuo a gridargli dei no. Cerco di aiutare la tenuta dell'ancora (almeno fino alla fine della buriana) tenendo innestata la marcia avanti con un filo di motore. Da poppa ho una visione d'insieme migliore di Michele e, traguardando le barche che ho ai fianchi sono convinto che l'ancora stia tenendo. Avendo acque libere a poppa chiedo a Michele di dare altri 10 metri di catena.
L’ancora tiene, ora ne è convinto anche Michele. Quando abbiamo finito l'ormeggio il grosso del groppo è passato; sembrava stesse proprio in agguato per metterci in difficoltà nel delicato momento dell'ormeggio. Rientrando fradici in pozzetto abbiamo la soddisfazione di un bel applauso da parte dei nostri tre passeggeri! Tutto è bene quel che finisce bene!
Il giorno dopo, 2 gennaio, la giornata è stupenda! Intorno a noi due o tre isolette con spiagge deserte invitanti (anche perché sono le otto del mattino; di norma ci si sveglia prima delle  7  per sfruttare  a  fondo  la giornata;  alle  18 scende il buio).

aragoste
Via con il tender! Tutti in acqua con pinne ed occhiali per vedere i primi pesci della barriera corallina (Tobago Keys è parco marino).
Poi vediamo arrivare barche dei locali che, in aree attrezzate per il barbecue, scaricano pesce, aragoste .... per prendere per la gola i boat people. Andrea contratta: è fatta! Per pranzo: mezza aragosta a testa, patate, riso e banane flambé (una bella bottiglia di bianco fresco ce la siamo  portati dalla  nostra  barca).  Pomeriggio  di nuovo sulla barriera corallina ed io sperimento la macchina fotografica, subacquea fino a 10 metri, che per Natale i miei figli mi hanno regalato. E' un bellissimo regalo: fa delle  magnifiche  foto  sia  in  acqua  che  fuori.  Giornata piena ritorniamo alla nostra barca che manca poco al tramonto. Le due amiche di Andrea l'hanno definita la più bella giornata della loro vacanza, una giornata proprio come immaginavano fosse la vita ai Caraibi! Noi condividiamo!
3 gennaio – I trent'anni che cambiarono il mondo
Nei momenti di relax mi sono messo a leggere “Racconti di vento e di mare”, un libro molto interessante che, come preannunciato dal titolo, parla di avventure di mare occorse a grandi navigatori con uno stile insolito e piacevole. Ed è così che tra un capitolo e l’altro mi sono venute spontanee alcune riflessioni.
I trent’anni che cambiarono il mondo (1488 – 1523)
Sembra incredibile, ma il “nostro” mondo, fatta eccezione per la “terra Australis” è stato scoperto in soli trent’anni.
Ecco alcuni dei più importanti navigatori di quel periodo:
  • 1488 Bartolomeo Diaz doppia il Capo di Buona Speranza
  • 1492 Cristoforo Colombo navigando verso Occidente scopre l’America
  • 1497 I fratelli  Caboto esplorano l’America Settentrionale
  • 1498 Vasco de Gama scopre l'India e l'Oriente
  • 1500 Cabral scopre il Brasile
  • 1502 Amerigo Vespucci esplora l’America del Sud e arriva in Patagonia
  • 1513 Balboa scopre lo stretto di Panama
  • 1519 Ferdinando Magellano circumnaviga il globo
  • 1523 Giovanni da Verrazzano entra nella baia di New York
trent'anni
Perché tutto avvenne in soli trent’anni?  Perché questo accadeva proprio alla fine del Medioevo? Perché la parte del leone la fecero Spagnoli e Portoghesi e non nazioni più evolute come la Francia e l’Inghilterra? Le domande sono molte proviamo a dare alcune risposte.
Molti storici identificano la fine del Medioevo con la peste nera che dilagò in Europa dal 1347 al 1352.
Dove aveva avuto origine? Il medico arabo Ibn Hatimah sosteneva venisse dalla Cina ed il suo vero focolaio d'origine era presumibilmente situato nella regione del lago Bajkal in Asia centrale: la via della seta fu fatale per l'Europa.
Si calcola che la peste nera uccise in Europa tra i 20 e i 25 milioni di persone, un terzo dell’intera popolazione. La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell'Europa medievale. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società. Qualcuno definì la peste come "l'ora degli uomini nuovi". Gli affitti dei terreni agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente.   L'aumento del costo della manodopera favorì un'accentuata   meccanizzazione   del   lavoro   e   così   il   tardo medioevo divenne un epoca di notevoli innovazioni tecnologiche. Fu   inventata   la   stampa   ed   ebbero   grande   sviluppo:   la metallurgia, l'industria mineraria, tessile e manifatturiera.
E nel settore nautico? Anche qui l’innovazione tecnologica portò il proprio contributo. Il centro di ricerca di Seagres, voluto da Enrico il navigatore, inventò la Rolls Roice dei mari, l’imbarcazione    che rese possibili viaggi fino ad allora impensabili: la Caravella.
Navigatori allo sbaraglio?
Ma  che  razza  di  uomini  erano  i  navigatori  di  quell’illustre trentennio? Eroi che sfidavano l’ignoto senza alcuna conoscenza dei  mari  in  cui  andavano  a  navigare?  Questo  è  quanto ci racconta la nostra storia “tradizionale”, ma sono in molti ad avere seri dubbi. A quei tempi le conoscenze topografiche dei nuovi territori erano segreti di stato gelosamente custoditi. Ogni nazione cercava, attraverso lo spionaggio, di impossessarsi di nuove mappe e di nuove notizie che supportassero le proprie ricerche. Ci sono pervenute moltissime mappe che, stante la loro datazione, descrivono territori che avrebbero dovuti essere sconosciuti.
Alcune apocrife, altre dubbie, ma alcune indiscutibilmente vere.
2 novembre 1929 - Gli studiosi del museo TopKapi di Instambul stanno catalogando materiali che da anni si sono accumulati nei magazzini del museo. Tra le tante carte che stanno archiviando la loro attenzione è attratta da due strani pezzi di carta strappati che in origine sembravano comporre un unico disegno. Come in un puzzle riavvicinano i lembi della disegno fratturato e ….. restano sbalorditi! Davanti ai loro occhi stupiti ha preso forma la mappa di un mondo disegnato con grande cura ed attenzione. Scoprirono che si trattava della mappa disegnata nel 1513 da Pirì Reis, ammiraglio della flotta ottomana.
Tanti anni primi era stata la volta dello stesso Pirì Reis ad essere sbalordito davanti ad una mappa del 1428, poi scomparsa,  che suo zio, Kemal Rais, aveva sottratto dalle mani di un marinaio cristiano catturato   che era stato, anni prima, imbarcato sulla Santa  Maria  di  Cristoforo  Colombo.  Quella  carta  del  1428 evidenziava con chiarezza tutto l’arco delle isole Antille e buona parte dell’America.
Pirì Reis non è stato l’unico a venire a conoscenza di questa strana mappa del 1428.
Lo storico portoghese Antonio Galvao racconta di una carta del mondo del 1428 che Don Pedro, fratello di Enrico il “Navigatore”, riportò da Venezia: Così racconta Galvao : “….. una carta del mondo che aveva descritte tutte le parti del mondo e della terra. Lo stretto di Magellano vi era chiamato “la coda del drago”; il Capo di Buona Speranza “la fronte dell’Africa”.
Lo stretto dove Magellano arrivò nel 1519 vi era quindi rappresentato già quasi un secolo prima ed Il Capo di Buona Speranza sessant’anni prima che vi arrivasse Bartolomeo Diaz e successivamente Vasco de Gama.
E Colombo? Colombo si sostiene che non solo fosse in possesso di questa  fantomatica  mappa,  ma  che  aveva  con  se  anche  una lettera del famoso astronomo e cartografo Toscanelli che lo incoraggiava ad intraprendere il suo viaggio ed a far scalo alle isole Antille per far rifornimento di acqua e di viveri.
Un aneddoto? Con l’equipaggio in subbuglio ed a rischio di ammutinamento Colombo patteggia e promette: “Se entro tre giorni non toccheremo terra, invertiremo la rotta e torneremo in Spagna!” E dopo tre giorni toccarono terra!
Oggi nessuno mette in discussione l’autenticità della mappa di Pirì Reis.
Pirì Reis era un uomo molto colto, conosceva molte lingue, e amava collezionare e  catalogare le mappe dell’epoca.   Per disegnare  la  sua  mappa  del  mondo  si  avvalse  di  molteplici documenti, ma sembra che  la fatidica  mappa del  1428  abbia avuto un peso rilevante sul suo disegno.
La carta di Pirì Reis rappresenta il Mediterraneo, gran parte dell’Africa occidentale, le coste dell’America centromeridionale ed un tratto del litorale Antartico. Molte miniature corredano la sua carta e di particolare interesse sono un lama ed un puma raffigurati in corrispondenza delle Ande. Ma in quei luoghi Pizzarro, alla conquista dell’impero degli Inca, arrivò solo nel 1531.
Ai nostri tempi la mappa di Pirì Reis è stata sottoposta anche allo studio dell’Ente Aeronautico Americano che ha confermato l’elevato livello di precisione di tale mappa e l’impossibilità di spiegare la presenza di elementi sconosciuti all’epoca di Pirì Reis stante gli elementi storici che ci sono pervenuti. Oggi nessuno storico o cartografo osa metterla in discussione!
E allora? Si potrebbero citare molte altre mappe che avrebbero potuto offrire un valido supporto ai navigatori che in poco più di trent’anni scoprirono il mondo: Colombo l’America nel 1492, Bartolomeo Diaz l’Africa Occidentale nel 1488, Vasco de Gama l’Africa Orientale e l’India nel 1499, Magellano l’America meridionale, l’Oceano Pacifico e quello Indiano tra il 1529 ed il 1532.
Furono i primi? Navigarono allo sbaraglio in mari sconosciuti? Non credo proprio.
Per parlare di America è ormai indiscusso che intorno all’anno 1000, a Terranova, sbarcarono i Vichinghi.
Molto probabile, che nel 1421 i cinesi siano arrivati in America, e forse anche in quella fantomatica terra Australis che solo nel 1818 James Cook svelerà al nostro mondo.
E se arretriamo ancora nel tempo che dire dei Greci, dei Fenici, degli Egizi ?
Per quanto riguarda i greci Aristotele racconta dell’esistenza dell’isola Antilia (nome molto simile alle attuali Antille) come approdo cartaginese. Approdo gelosamente conservato e segreto al   punto che   chiunque   ne   avesse   parlato   sarebbe   stato condannato a morte.
Che dire dei Fenici, forse i più grandi navigatori della storia. Oltre al viaggio lungo le coste dell’Africa di Annone ben documentato dai greci, si racconta che l’ammiraglio cartaginese Imilcone si sia avventurato in una zona dell’Atlantico dove “……. Non vi è brezza che spiri guidando la nave e  ……. alghe dovunque sparse impediscono la rotta come fossero rami”. Imilcone si trovava nel mar dei Sargassi.
Un aneddoto! Gli Spagnoli, molti anni dopo, chiamarono la zona di mare corrispondente al  Mar dei Sargassi Latitudine del Cavallo perché, restando le navi ferme a lungo in interminabili bonacce, gli equipaggi finivano con il terminare gli approvvigionamenti e per sopravvivere erano costretti a mangiarsi i cavalli.
E gli Egizi, popolo peraltro non particolarmente dedito alla navigazione? All’epoca del faraone Nekhao ci viene tramandato che una spedizione egizia abbia circumnavigato l’Africa. Gli scritti che ci sono stati tramandati raccontano che i marinai ad un    certo    punto  si  trovarono  il sole sull’altro lato dell’imbarcazione.
Ma oltre che da Est verso Ovest, qualcuno viaggiò da Ovest verso Est? Sembra di si. Nel I secolo dopo Cristo una canoa carica di uomini dalla “pelle rossa” comparvero sulle coste germaniche; molti furono uccisi, altri furono ridotti in schiavitù dal console romano di quella regione.
Quelli citati sono solo alcuni dei tanti episodi di navigazioni che sembrano aver portato antichi navigatori a raggiungere terre che noi consideriamo scoperte nel XV secolo, il secolo dei “nostri” grandi navigatori.
Ma  la  reale  ricostruzione  della  primogenitura  delle  grandi scoperte è ostacolata da due importanti fatti:
- La  segretezza  con  cui  ogni  popolo  gestiva  le  proprie scoperte e le mappe che via via riusciva a realizzare. Ai tempi  di  Enrico  il  “Navigatore”,  ad  esempio,  era  lui stesso che custodiva le carte disponibili in una cassaforte e le affidava ai suoi comandanti per il solo periodo in cui erano impegnati nella navigazione. Poi tornavano in cassaforte!
- Città  o  addirittura  intere  culture,  un  tempo  fari  di civiltà, sono state spesso distrutte, e con loro è andato perduto tutto il loro patrimonio storico. Alcuni esempi:
- La grande biblioteca di Alessandria, distrutta non si sa bene se ad opera dei Romani o degli Arabi
- La  distruzione  dell’intera  Cartagine  ad  opera  dei Romani. Cartagine  bruciò per sette giorni e niente è rimasto della storia dei Fenici, popolo nato sul mare e per il mare, se non quello che ci hanno raccontato i vincitori: Greci e Romani.
- La  distruzione  di  tutti  i  dati  storici  relativi  alle civiltà precolombiane ad opera di Pizzarro e Cortes: Maja, Atzechi, Incas. Tutto è stato distrutto.
Onore ai grandi navigatori! Con o senza carte dei territori che intendevano esplorare, le loro imprese meritano il nostro rispetto e la nostra memoria.
Ma non confondiamo quanto noi conosciamo con la reale storia della scoperta del mondo.Quella è un’altra storia!
Quella è un’altra storia!

8 gennaio - Un’isola dopo l’altra!
Abbiamo lasciato Tobago Cays il 3 gennaio ed abbiamo poi visitato più di un’isola al giorno.
-     3 gennaio, Mayreau, Palm Island, Union Islanad
-     4 gennaio, Petit San Vincent
-     5 gennaio, Carriacou (Sandy Island)
-     6 genniao, Grenada (Prickly Bay)
-     7 gennaio, Grenada ( Saint George’s)
Ho indetto con l’equipaggio un referendum sulle cose più attraenti visitate; ecco i risultati:
tobago 3
Il contesto marino più bello :
Tobago Cays.

Mi ricorda per alcuni aspetti la nostra Lavezzi (Bocche di Bonifacio) in dimensione moltiplicata per n volte. Le stesse difficoltà di ingresso stante la barriera corallina, lo stesso mare  dai mille colori, da quello  smeraldo  al  blu  più intenso. Ma ci sono anche grandi diversità: spiagge immense, grande ricchezza di vegetazione, palme, fiori e folclore locale. E’ su queste spiagge che abbiamo mangiato la miglior aragosta del nostro viaggio.
Il contesto terrestre più bello:
Grenada

Con le sue foreste e le sue cascate. Le sue foreste, tipicamente tropicali, conservano il fascino della loro impenetrabilità. L’isola è ricca di colline che fermano le perturbazioni atlantiche e generano numerosi torrenti e cascate. Per visitare una delle tante cascate ci siamo  improvvisati  novelli  Indiana  Jones,  camminando per oltre mezz’ora a piedi scalzi nel fango (aveva appena smesso di piovere) e guadando, da un versante all’altro, lo stesso torrente per 4 o 5 volte. Rischio bagno involontario evitato da tutti, anche se i tentativi sono stati molti!

Grenada
Canouan
La spiaggia più bella:
South Glossy Bay (Canouan)

E’ la spiaggia dove siamo riusciti a sbarcare senza incontrare anima viva. E’ un po’ al di fuori dei circuiti tradizionali, tant’è che noi ci siamo arrivati quasi per caso. Isolata è ridossata dai venti dominanti, l’acqua conserva una limpidezza difficilmente replicabile. Ma ciò che più ci ha affascinato, pensando alle nostre spiagge italiane, è la sua dimensione: circa un chilometro di spiaggia deserta tutta per noi. Irripetibile !
I fondali più belli:
Petit St. Vincent e Sandy Island(Carriacou)

Anche questi sono ormeggi poco frequentati ed è per questo che i fondali corallini sono ricchi più che altrove di fauna marina. Abbiamo potuto ammirare e fotografare pesci pappagallo, pesci farfalla, tante piccole aragoste al riparo di grossi scogli, diversi pesci palla con i loro occhi curiosi.

giochi nell'acqua
cena
I pranzi migliori:
Sulla spiaggia di Tobago Keys,
Kelly’s Kitchen a Gouyave (Grenada) BB’s Crabback a Saint George’s (Grenada).

Tre pranzi molto diversi. Il primo, consumato sulla spiaggia di Tobago Cays, lo ricorderemo, oltre che per l’ottima aragosta, anche per il folclore  locale della sua preparazione su improvvisati barbecue. Il secondo perché lo abbiamo consumato in un piccolissimo paese di Grenada, famoso perché è il centro di  pesca più importante dell’isola, in un locale genuinamente caraibico. Cibo ottimo e costi irrisori. L’ultimo  perché è stato il  pranzo dell’addio ed è per questo che abbiamo scelto, su indicazione dei locali, il miglior ristorante dell’isola. Ne valeva la pena!

Tornati in barca sono rimasto a lungo a chiacchierare con Valentina,   una   cara   e   giovane   amica   che  brilla   per curiosità, energia e gioia di vivere.
In una serata, di quelle dolci e belle che capitano spesso qui ai Caraibi, le ho confidato le mie passioni sportive: la vela, lo sci e la moto. Ed avevo aggiunto che, a mio modo di vedere, la pratica di queste tre attività avevano tutte una cosa in comune: la ricerca del contatto, dell’equilibrio, dell’armonia con la natura in cui lo sport viene praticato. Mi succede spesso, quando in barca faccio una virata, di voltarmi per vedere la scia che la barca ha lasciato; se è stata ben fatta non ci sono increspature sull’acqua, resta solo un arco di cerchio a testimoniare che tutto si è svolto con armonia, trovando il giusto equilibrio tra i due contendenti: il mare ed il vento. La stessa cosa mi capita sciando: mi giro dopo una curva per verificare che l’impronta lasciata sulla neve non abbia sbavature e, se non  è  così,  provo  e  riprovo  finché  sulla  neve  resta l’impronta di una bella pennellata. E che dire della moto quando ci si infila in un tornante? I motociclisti lo sanno: bisogna entrare avendo tolto gas per tempo, inclinare la moto del giusto angolo per impostare la curva e ridare gas in uscita in modo da evitare tentennamenti e/o la necessità di cambiare l’angolo di inclinazione della moto. Qui non è necessario girarsi: la moto diventa un tutt’uno con te che la cavalchi, è come se fosse un cavallo e se nel percorrere la curva non da segni di irrequietezza o, peggio ancora, se non tenta di disarcionarti, vuol dire che la curva è stata ben fatta. Che cosa hanno in comune questi tre sport? Lo avrete certo capito. La ricerca dell’armonia con il mondo che ci circonda: il mare, il vento, la neve, la strada.
Amo l’acqua, amo il vento, amo il movimento che ti trasmettono  questi  elementi.  Amo  sentire  il  soffio  del vento scompigliarti i capelli in mare, sugli sci o sulla moto. Amo il mare, quel suo modo a volte dolce di cullarti, ed altre volte invece  quel suo modo irruente ed aggressivo di travolgerti con le sue onde. Mi viene in mente un confronto: il vento sta all’aria stagnate come il mare sta all’acqua del lago. Il vento ed il mare, con il loro muoversi disordinato, imprevedibile, mai uguali a loro stessi, trasmettono un messaggio di vitalità, di cambiamento, di ricerca, invitano ad abbandonarmi tra le loro forti braccia con la certezza che ogni volta scoprirai qualcosa di nuovo. L’aria  stagnate  e  l’acqua  di  un  lago  viceversa  …  non voglio essere macabro, ma l’immobilità, il loro silenzio, la loro apatia, mi trasmettono un’infinita tristezza. L’acqua del lago, cosi come l’aria stagnate sono una promessa mancata: avrebbero potuto essere movimento, rinnovamento, vita ed invece si sono fermati e, privi di forza, giorno per giorno muoiono.
Mi sono interrogato sul significato di queste passioni, di queste  sensazioni.  Il  mare  ed  il  vento  rappresentano  la vita. Vivere è una costante ricerca di se stessi, una costante ricerca di nuovi equilibri, un costante mettersi alla prova alla ricerca di una rinnovata armonia, un continuo tentativo di “tracciar pennellate sempre più armoniose nella propria vita”.

13 gennaio - Siamo in Martinica.
Ora vogliamo fare la circumnavigazione delle tre isole maggiori della zona: Martinica, Dominica e Guadalupa. Dopo lo sbarco di Andrea, Raffaella e Valentina, Michele ed io siamo risaliti da Grenada sino a  Port Marin, in Martinica, e lo abbiamo fatto in quattro comode tratte :
    • Grenada - Sandy Island
    • Sandy island – Bequia
    • Bequia - St Lucia
    • St Lucia – Port Marin (Martinica)
Tutto è andato per il meglio, grandi veleggiate di bolina con 6 – 8 nodi di velocità. Abbiamo navigato sempre di giorno. Solo nella tratta Bequia – St. Lucia l'abbiamo tirata per le lunghe arrivando verso mezzanotte, ma St Lucia la conoscevamo bene. Malgrado questo siamo riusciti ad ormeggiare solo al quarto tentativo: primo tentativo, per il buio ed il forte vento, siamo finiti troppo vicini ad una barca   dormiente,   secondo   tentativo   troppo   fondo   e l'ancora non tiene, terzo tentativo fondo giusto ma con sassi e l'ancora non tiene, quarto ed ultimo tentativo in quattro metri di fondo sabbioso .... tutti a nanna.

15 gennaio – Il diluvio
A Bequia abbiamo assistito ad uno spettacolo indimenticabile !
Girava intorno a noi uno strano groppo (aveva una faccia veramente cupa) per cui ho detto a Michele: aspettiamo un pò   ad   attraccare, non vorrei che ci cogliesse in contropiede. Sono stato profetico ! Mentre aspettavamo che passasse ci è sfilata sul lato di sinistra una bellissima nave da crociera, il Club Med 2. Un attimo dopo si è scatenato  un  furioso  nubifragio:  non  si  vedeva  ad  un palmo di naso. Sotto quel diluvio il Club Med 2, anche se lontano da noi non più di un centinaio di metri, era praticamente scomparso. Che spettacolo! Piovevano gocce d’acqua così grosse da farti male, il mare ribolliva, scosso dal vento (30 nodi) e dalla pioggia, il cielo era scomparso. In termini di visibilità sembrava di essere a Milano in una delle peggiori giornate di nebbia. Ma qui c’era una musica impensabile:  si  mescolavano  il  fischiare  del  vento,  il rumore della pioggia che si accaniva sulla nostra tuga, lo sciabordio del mare sulla nostra chiglia. Non c'è niente del mare che non mi affascini. Anche questa sfuriata era uno spettacolo da non perdere !  “Beh, in fondo si tratta di pioggia” direte voi. Certo, arriva anche a Milano e magari ti tormenta per intere giornate. Qui invece è scesa in mezz’ora tant’acqua quanta ne scende a Milano in intere giornate  novembrine.  Qui  faceva  spettacolo  l’intensità della pioggia e la furia del vento e del mare, ma sapevamo anche  che  tutto  si  sarebbe  esaurito  rapidamente  per lasciare di nuovo spazio al sole ed a poche sfrangiate nuvole  sfuggenti.  Sono  spettacoli  che  noi  cittadini  ci perdiamo e che i locali non sanno più guardare con la nostra ammirata sorpresa.
Viva il mare, il vento, il sole ed anche la pioggia!

16 gennaio - Una pioggia …. di pesci!
Ci eravamo ancorati in una piccolissima baia, innominata, tra Port Marin e Fort de France per trascorrervi la notte. Malgrado   fosse   molto   piccola   era   ben   ridossata   e tranquilla. Trascorremmo una notte splendida, lontani dalla calca di barche che caratterizza sia Port Marin che Fort de France. Al mattino il tempo era splendido, ma, ……     a  non  più  di  cento  metri  dalla nostra  barca, sembrava piovesse ! Impossibile, il cielo era sereno! Che fossero bolle d’aria liberate dal fondale? Impossibile, in numero così elevato! Nell’acqua in cui si vedevano cadere queste pseudo gocce di pioggia si vedeva una enorme massa scura! Come resistere alla tentazione: pinne e maschera e … via a vedere di cosa si tratta.
La massa scura si muove, assume le forme più strane, si spezza in più parti, scintilla nella luce del mattino, … prende vita. Si tratta di un enorme banco di sardine! Saranno migliaia, forse milioni! Una scena mai vista se non nei filmati della BBC o di  National Geographic. Ma questa scena è dal vero! Mi sembra quasi impossibile mimare evoluzioni subacquee finora viste solo nei filmati. Mi immergo ed il branco  non  dà  segni  apparenti  di  timore.  Si  limita  ad aprire  un  varco  perché  io  possa  passare,  varco  che  si richiude  subito  dopo.  E’  incredibile!  Non  c’è  un  pesce pilota, ma tutte nuotano, allineate, nella stessa direzione. Sembra che ti guardino, ma in realtà la loro unica preoccupazione è quella di non perdere il contatto con le sardine che le precedono. Se le guardi contro luce, rispetto al sole nascente, assumono un colore rosato, se le guardi dall’alto rispetto al fondo, coperto di alghe verdi, sembrano argentee.
sardine
Probabilmente vi è noto il motivo per cui si muovono in così grossi branchi: è una strategia difensiva. Piccole come sono, l’unico modo per ingannare i predatori, è quello di raggrupparsi in branchi fittissimi per sembrare un enorme unico pesce e spaventare così i malintenzionati del  mare.  Conoscendo questa  loro strategia   resto   però   stupito   dalla   loro   indifferenza. Pensavo che qualora fossero attaccate da un grosso pesce, come io penso di essere ai loro occhi, si disperdessero guizzando con forza ed in gran velocità. Invece restano tranquille,   come   rassegnate! Posso quasi arrivare a toccarle: il branco si apre al tuo arrivo, ma con eleganza, senza affanno, senza bruschi movimenti. Penso che anche questa  mancanza  di  panico  apparente  all’avvicinarsi  di una minaccia faccia parte della loro strategia, vecchia di migliaia di anni. Se guizzassero per sottrarsi alla minaccia, forse rivelerebbero la loro reale natura. Così, invece, se io fossi un pesce, mi potrei mangiare quelle più prossime, che  evidentemente sono per natura  predisposte a sacrificarsi, ma, subito   dopo, il branco si richiude riassumendo l’originale forma compatta.
Non è cambiato nulla, solo qualche piccola sardina manca all’appello!

18 gennaio – La piccola baia delle sardine
La baia è così accogliente che abbiamo deciso di fermarci per un altro giorno.
Qui l’acqua è tiepida e, pur essendo io freddoloso, riesco a restare in acqua per più di un’ora. Il mare è dolce e quasi privo d’onda. E’ un piacere starsene a mollo ed osservare la gente sulla spiaggia. Lo sguardo mi è caduto su di una famigliola: padre, madre e figlia. Non sono un guardone, ma i miei occhi hanno indugiato a lungo sulla figlia: una ragazza splendida, mi ricordava Nicole Kidman dei tempi migliori. Poi il mio sguardo si è spostato sulla madre: si intuiva che in anni giovani doveva essere stata un gran bella   donna,   ma   ora   il   confronto   con   la   figlia   era devastante. Perché mi chiesi? Perché infierire sulla bellezza? Il passare degli anni, l’avvicinarsi di periodi oscuri, l’insorgere di mille acciacchi non sono gìà un faticoso carico da sopportare per pareggiare quanto di felice abbiamo avuto dalla nostra vita? Perché infierire anche sulla bellezza? Perché aggiungere umiliazione ad umiliazione. Io non so accettarlo. Sarebbe bello poter immaginare che la bellezza, di qualunque tipo sia, quella degli alberi, degli animali, del mare, dei fiumi, dei monti, sia preservata per sempre. Un fiume può anche seccare,
un albero morire, un monte franare, ma finché “vivono” sarebbe bello se potessero conservare la loro bellezza. Perché un fiore per morire deve appassire, sarebbe così bello poterlo ricordare nel momento della sua massima bellezza. E poi c’è un altro modo ancora più drammatico di appassire: quello della mente. Quando la mente avvizzisce ognuno di noi è come se perdesse la propria identità. La memoria si offusca e stende una nebbia insidiosa sui ricordi che hanno reso felice la vita. I riflessi si appannano ed il procedere diventa lento ed incerto. Nei nostri occhi il guizzo dell’intuizione si spegne. Se fossimo una macchina sarebbe ora di cambiare le pile: la voce rallenta  e  rimbomba,  le  immagini  sfuocano  ed anneriscono, qualche volta tutto si ferma, poi con qualche scrollone qualcosa si mette ancora in moto, ma, se non cambi le pile, alla fine tutto si arresta. Ma noi purtroppo non abbiamo pile di riserva per la nostra mente. Se si scaricano noi continuiamo a vivere ugualmente, ma, anche se non ce ne accorgiamo, siamo come rinsecchiti, in debito di umani pensieri. Perché? Perché non poter essere ricordati nei momenti in cui la nostra mente era brillante: intuizioni, idee, esperienze, sogni si sovrapponevano in un vorticare continuo da cui uscivano le nostre decisioni, le nostre scelte di vita. E non solo quelle relative alla nostra vita, ma anche  quelle  che  influenzavano  il  crescere  dei nostri  figli  che  ci  guardavano  stupiti  e  fiduciosi.  Una fiducia che ti faceva sentire invincibile, capace di qualsiasi
follia per garantire il loro futuro. Ed ora sono loro che ci guardano. Nei loro occhi non leggiamo più lo stupore e la fiducia di un tempo. Ci sorridono in modo accondiscendente  e  protettivo.  Cercano di  rassicurarci come possono, c’è l’imbarazzo di chi ricorda ancora l’autorevolezza paterna di un tempo e non sa come atteggiarsi   di   fronte   alla   nostra   resa.   Perché   ce   ne dobbiamo andare lasciando di noi un ricordo di membra cadenti, di menti spente, di sguardi appassiti? Andarsene non è già di per sé  una dura punizione? Perché siamo costretti ad andarcene lasciando di noi un ricordo appassito. Dopo una vita vissuta all’insegna del “dare” come è possibile vivere una vecchiaia all’insegna del “chiedere”.   E’   una   rinuncia   alla   propria   identità,   al proprio  ruolo,  è come se  disconoscessimo  noi stessi.  E’ stupido?  Tutti  mi  dicono  di  si.  Ma  io  non  riesco  ad accettare che altri facciano ciò che io devo e voglio fare. Ma mi rendo conto che è un orgoglio che ha le ore contate, prima o poi bisognerà andare a Canossa, accettare l’umiliazione degli anni.
Mia mamma dice spesso in milanese, ma io lo tradurrò in italiano: “invecchiare è duro, ma morir giovani è peggio”. Io non sono d’accordo. Io non credo nell’immortalità dell’uomo. So però che alla nostra morte porteremo con noi solo gli affetti che hanno caratterizzato la nostra vita e noi continueremo a vivere per alcuni anni nel ricordo di chi abbiamo amato e di chi ci ha amato. Trovo ingiusto
andarmene  lasciando  di  me  il  ricordo  peggiore:  quello degli anni in cui tutto si offusca, quello in cui bellezza ed intelligenza  ti  abbandonano.  Io  penso  sia  meglio rinunciare a qualche anno di vita per continuare a vivere qualche anno di più nel ricordo di chi ci ha amato. Andarsene in punta di piedi, in tempi ancora sereni, lasciando di noi il ricordo più positivo possibile, leggendo negli occhi dei nostri figli la fiducia di un tempo anziché l’imbarazzo di oggi. In fondo chiedo solo un piccolo baratto: rinunciare a qualche anno di vita poco gratificante e faticosa per viverne qualche altro più brillante e divertente, come ai vecchi tempi, nel ricordo di chi ci ha amato. Ma anche questo è un sogno: nascere e morire sono le uniche due situazioni che in alcun modo possiamo influenzare.


18 gennaio - La costa sopra vento della Martinica
Abbiamo  letto:  “  Quasi  tutti  i  diportisti  si  concentrano sulla costa sottovento della Martinica ….., ma la Martinica possiede una costa sopravento assolutamente unica …….., non  è  così  semplice   raggiungerla  …….   è  necessario affrontare  nuovamente  l’onda  atlantica,  imboccare  dei passaggi  difficili   in   cui  bisogna  saper   tener   a   bada l’apprensione!”
Detto, ….. fatto!
Eccoci diretti sulla costa sopravento della Martinica!
Siamo partiti di prima mattina dalla rada  di St. Pierre, costa sottovento, per circumnavigare la costa Nord dell’isola e portarci sulla costa sopravento dove il primo rifugio possibile è la rada della Trinité. Miglia teoriche da percorrere circa 30, miglia percorse quasi il doppio. Stato del Gen all’arrivo, il nostro nuovo ospite da 3 giorni (mio vecchio   amico   nonché   compagno   di   liceo):   a pezzi! Succede che invece dell’atteso Aliseo da Nord-Est ci troviamo un Sud-Est perché, nella parte Nord dell’isola, ruota a Est seguendo la costa. Risultato: abbiamo navigato quasi tutto il giorno con il vento contro e mare molto formato,   anche   quello   ovviamente   contro.   Abbiamo dovuto allargare la nostra rotta ed ad un certo punto ci siamo resi conto che rischiavamo di arrivare alla Trinité con  il  buio:  situazione  assolutamente  sconsigliata  dal nostro portolano. Pochi metri quadri di vela e giù a spremere  il  motore  (cosa  che  normalmente  non  faccio mai).

luna
Ore 18, il sole tramonta e noi avvistiamo la prima boa rossa che segnala l’ingresso alla rada della Trinité, ma la rada è profonda, dobbiamo percorrere ancora quasi 3 miglia. Sappiamo di dover lasciare sulla nostra dritta altre 3 boe rosse ed una meda cardinale Nord. I nostri 6 occhi scrutano intensamente il buio che lentamente sta calando sul  mare.  A  complicarci  la  vita  ci  hanno pensato  i pescatori: l’ingresso della rada è zeppo di galleggianti che segnalano la posizione in cui sono state calate le nasse per la  cattura  delle  aragoste.  Prendere  una  di  queste cime nell’elica, con il passaggio d’ingresso così stretto, vuol dire giocarsi la barca. Ci dividiamo i compiti:  io, al timone, ricerco nella incombente oscurità, le boe di segnalazione, Michele e Gen, uno sul lato di dritta e l’altro su quello di sinistra, badano ad aiutarmi ad evitare le cime delle nasse disseminate sulla nostra rotta.
Ore 18.30, siamo al fondo della baia. Tutto è andato per il meglio. Ultima difficoltà, un po’ abbagliati dalle luci del piccolo paese,  trovare un buon punto in cui dare fondo. Non ci sono i soliti riferimenti, ovvero altre barche già all’ancora. Il nostro portolano aveva ragione: siamo l’unica barca da diporto che va all’ormeggio nella rada. Ci rendiamo conto di avere di fronte una grossa spiaggia di sabbia, il fondale si riduce con gradualità rassicurante, finché, con un fondo  di 5 metri diamo ancora.
“Chi ha tempo, non perda tempo!” dice un vecchio detto. Ce l’eravamo un po’ dimenticati, ma questa esperienza ce lo ha riportato alla memoria.
Domani destinazione Ile Madame de la Rose, passaggio ancora più difficile, ma il nostro portolano ci racconta di una   spiaggia   bianchissima   troppo   invitante   per   non andare a vedere.
Questa volta però, anche se le miglia da percorrere sono poche, la partenza sarà di buon mattino, e allora tutti a nanna, ci attende una notte tranquilla!

19 gennaio – Ile Madame de la Rose
Come ci aveva promesso il nostro portolano troviamo una spiaggia bianchissima. L’isola si presenta come se fossimo all’interno di un piccolo atollo. Siamo l’unica barca che ha dato fondo davanti a questo stupendo paesaggio. Chissà se è lo stesso paesaggio che Colombo incontrò durante il suo ultimo viaggio, il quarto, verso i Caraibi?

L’ultimo viaggio  di Cristoforo Colombo
15 giugno1503 - Colombo scopre la Martinica, l'isola a sud della Dominica, la prima terra avvistata nel secondo viaggio del 1493. Colombo è partito da Cadice l’ 11 maggio 1502 per il suo ultimo viaggio con quattro caravelle.
Con lui sono partiti   anche il fratello Bartolomeo e il figlio tredicenne Ferdinando, che in seguito stenderà la cronaca del viaggio.
La flotta, dopo alcune settimane di sosta,  prosegue attraverso il Mar Caraibico trovando, a un certo punto la strada bloccata dal continente centro-americano.
Lasciato il suo primo approdo nell'Honduras Colombo veleggia lentamente verso sud alla ricerca di un passaggio lungo le coste del Nicaragua e della Costarica fino a Panama, lottando costantemente contro venti,  correnti contrarie  e tempeste.  Le condizioni atmosferiche sono tra le peggiori che Colombo avesse mai incontrato.
6 dicembre 1502. Colombo così descrive la tempesta in cui è incappato:  "Il vento non solo ci impediva di avanzare, ma non ci permetteva neanche di ritornare indietro per metterci al riparo di una qualsiasi protezione naturale; per cui fummo costretti a rimanere in questo furioso oceano, che ribolliva come un calderone su un gran fuoco. Il cielo non aveva mai avuto un aspetto più terribile: per un giorno e una notte interi divampò come una fornace, emettendo fulmini di tale violenza che ogni volta mi domandavo se non avrebbero strappato via l'alberatura e le vele; i lampi si succedevano con tale furia e intensità che tutti temevamo che le navi sarebbero saltate in aria. Per tutto il tempo l'acqua non cessò mai di venire giù a rovesci; non parlo di pioggia, perché sembrava un altro diluvio universale. Gli uomini erano cosi sfiniti da desiderare che la morte ponesse termine alle loro sofferenze orribili".
E Fernando aggiunge: “Con tutto quel calore e quell'umidità, le gallette erano cosi piene di vermi che - Iddio mi aiuti - vidi molti marinai che mangiavano la zuppa di gallette solo al buio per non vedere  i  vermi,  mentre  altri  erano  ormai  cosi  abituati  a mangiarli che non si davano nemmeno la pena di tirarli fuori, perché avrebbero finito per non mangiare più niente se si fossero mostrati cosi schizzinosi.”
Nonostante  tutte  le  difficoltà,  Colombo  continua  a  esplorare fiumi e baie nell'ottimistica speranza che uno di essi possa essere lo stretto che cerca da tempo. Quando raggiunge la zona di Panama,  apprende  da  un  interprete  indiano  che  quella  zona esiste un istmo tra due oceani, ma che non vi è una via d'acqua tra quei due mari.
Gli Indiani  lungo tutta la costa hanno ornamenti d'oro in abbondanza  ed  allora  Colombo,  in  base  alle  loro  indicazioni, dirige verso la regione che gli è stata indicata.
Gennaio  1503  Colombo  ancora  la  flotta  nel  Rio  Belén,  con l'intenzione di lasciare lì una caravella e relativo equipaggio, con il compito di estrarre un carico del prezioso minerale. Ma gli Indiani Guaimi, che abitano nella zona, sono di altro avviso e dopo una serie di aspri scontri, Colombo decide di rinunciare al progetto.
Aprile 1503 Colombo abbandona il territorio e anche una caravella che si è arenata a ridosso di un banco di sabbia. La notizia che gli uomini arrivati d’oltre mare sono aggressivi e feroci si è sparsa presso tutte le tribù indiane della costa e delle isole e l’accoglienza riservata ai nuovi arrivati è ormai sempre ostile.
Poco dopo, un altro nemico, meno violento ma altrettanto pericoloso - le brume - distrugge un'altra caravella. Moltiplicandosi  rapidissimamente  alle  temperature   tropi- cali, questi  piccoli  organismi  attaccano  ben presto  anche  le altre due caravelle.
Giugno 1503. Le navi giungono  in Giamaica  con sei pompe che lavoravano  giorno e notte per mantenere  a galla gli scafi ormai  marciti.  Le navi  non più in grado  di arrivare  fino a Hispaniola, sono   fatte   arenare   in  una   baia   riparata,   e Colombo invia due volontari, Diego Mendez e Bartolomeo Fieschi, in canoa attraverso il mare  aperto a cercare aiuto a Santo Domingo.
I mesi passavano e nessuna vela appare all'orizzonte, mentre gli uomini, prigionieri sulle loro navi ormai inservibili, aspettavano senza poter far nulla. Colombo è costretto a letto dall' artrite. Gennaio  1504,  l'atmosfera  claustrofobica  di  bordo  diviene esplosiva. Metà dell’equipaggio da corso ad un ammutinamento e abbandona le navi per tentare di raggiungere Hispaniola in canoa, ma il mare agitato li respinge al punto di partenza.
29 giugno 1504. Dopo un intero anno trascorso in attesa sulle spiagge della Giamaica arriva finalmente la nave di soccorso. Colombo si è ormai riappacificato con gli ammutinati e tutti, con grande sollievo, ripartono per Hispaniola: la durissima prova del quarto viaggio di Colombo è terminata.
Il lungo periodo, un anno, intercorso tra la richiesta di soccorso e l’arrivo della nave è la spiacevole testimonianza del discredito in  cui  Colombo  è  ormai  caduto.  Un  anno  per  percorrere  la modica distanza di 300 miglia che separa le due isole e che una caravella, con il favore del vento, può percorrere in poco più di due giorni.
Il  suo  ultimo  viaggio  termina  ingloriosamente  ed  in  modo umiliante: la stagione del grande Ammiraglio del Mare Oceano è purtroppo finita!

20 gennaio – Da pescatori a pescati
Vento al traverso di 15 nodi …….. 2 nodi di velocità!?
Vero che c’è molta onda che contrasta l’avanzamento, ma 2 nodi di velocità mi sembrano proprio pochi. Metto a segno per bene le vele e la velocità aumenta a 3 nodi. Non sono   convinto,   in queste   condizioni   dovremmo   fare almeno 5-6 nodi di velocità. Rimetto a segno le vele, ma la situazione non cambia. Impossibile, c’è qualcosa che non mi quadra! Chiedo a Michele se ci capisce qualcosa. Anche lui riprova a mettere a segno le vele, ma la velocità non cambia: 3 nodi. Poi l’occhio ci cade a poppa e …….. sorpresa!
Stiamo trainando una lunghissima cima con attaccate diverse bottiglie vuote alla cui fine supponiamo sia agganciata  o  una  rete  o  una  nassa  per  le  aragoste.  E pensare che eravamo attentissimi. Non capisco come sia successo, ma …. inutile recriminare. Michele tenta di arrivare alla cima con il mezzo marinaio, ma è molto affondata e non ci si arriva. ”Proviamo con l’ancora” dico io. “Con l’ancora?” chiede stupito Michele. “Già,” dico io, “caliamo l’ancora di rispetto che sta a poppa, agganciamo la cima, aliamo e poi tagliamo”. Michele non è molto convinto perché gli sembra di utilizzare un bazooka per sparare ad un insetto. Ma io insisto, non vedo altre soluzioni. Fortuna vuole che, rovistando nel gavone di poppa, prima di arrivare all’ancora di rispetto, trovi un ancorotto più maneggevole utilizzato per il tender. Al terzo lancio l’ancorotto intercetta la cima, grande sforzo di Michele per portarla a pelo d’acqua, giù la scaletta di discesa a mare e …. zac, con un colpo di coltello il gioco è fatto!
Niente affatto!
La cima che, agganciata dal timone, aveva assunto una forma ad U, perde un lato, ma l’altro alto non si sgancia. Non resta che scendere in acqua per capire ciò che ancora blocca la cima restante. Barca alla cappa. Per un eventuale recupero  di  emergenza:  parabordo  in  acqua  a  poppa tenuto  con  una  cima  di  una  ventina  di  metri.  Pinne, maschera, coltello ….. salto in acqua per vedere cosa si può  fare.  La  piccola  boa  di  galleggiamento,  a  cui  era attaccata  l’intera  struttura,  si  è  incastrata  con  la  cima restante tra lo skeg e il timone. Cerco di raggiungerla, ma il  problema  è  che  malgrado  la  barca  sia  alla  cappa  è comunque più veloce di quanto riesca ad esserlo io a colpi di  pinna.    Allora  mi  afferro  alla  cima  che  trascina  il parabordo  di  sicurezza  e,  tirandomi  su  di  essa,  finisco automaticamente    sotto    la    linea    di    galleggiamento all’altezza  del  timone.  Per  due  volte  afferro  il  gavitello cercando di disincastrarlo. Impossibile! Ci vorrebbe una forza ben maggiore di quella che io riesco ad esercitare. Che fare? Qual è il problema?
Il  problema  è  che  non  ci  siano  cime  pendenti  che  si possono   incastrare   nell’elica   quando   dovremo   dare motore.  Rinuncio  a  disincastrare  il  gavitello  e  sul  lato opposto  del  timone taglio  a  filo  il  pezzo  di  cima  che ancora ci trasciniamo. Il gavitello resta incastrato al suo posto, ma non è una minaccia per la nostra elica. Penso: lo rimuoveremo una volta ormeggiati!
Sbagliato!
Facciamo  qualche   centinaio  di  metri  ed   ecco   che   il gavitello si libera da solo e riprende a galleggiare sornione come ci dicesse: “Visto? Malgrado tutti i vostri sforzi, sono io che decido dove, come e quando liberare la vostra barca!” Non apprezziamo! Non siamo in vena di battute. Io ho ancora il fiatone per lo sforzo fatto!
Vento al traverso ancora di 15 nodi …….. ma questa volta facciamo più di 6 nodi ! Finalmente!
“Tutti all’erta!” dico io “repetita NON iuvant”. Sei occhi scrutano il mare intorno senza accorgersi che, mentre noi ci riposavamo dalla fatica dell’incaglio, avevamo già preso la cima di un’altra rete nel timone. Ormai sapete già l’iter: barca alla cappa, gavitello di sicurezza e, anche se repetita NON iuvant, ci tocca ripetere la stessa manovra di prima. L’unica  differenza  è  che  mettiamo  a  frutto  l’esperienza fatta e ci divincoliamo più rapidamente!
A questo punto due considerazioni su questa costa sopra vento della Martinica veramente molto bella :
- Abbiamo  percorso  sopra  vento  quasi  60  miglia senza incontrare UNA, ripeto UNA barca a vela. Ne consegue  che  il  portolano  dei  Caraibi,  peraltro molto  ben  fatto,  merita  una  correzione.  La  dove recita “Quasi tutti i diportisti si concentrano sulla costa sottovento della Martinica ……” deve essere corretto in “TUTTI i diportisti si concentrano sulla costa sottovento della Martinica ……”
- Seconda correzione proposta. La dove recita: “ non è  così semplice  raggiungere  la  costa  sopra  vento ……. è necessario affrontare nuovamente l’onda atlantica, imboccare dei passaggi difficili in cui bisogna saper tener a bada l’apprensione! ” A  nostro  avviso  il  problema  non  sono  i  reef,  i passaggi difficili e l’apprensione di andare a scogli. Il vero problema, credetemi, è che i pescatori, probabilmente rassicurati dal fatto che non passa mai nessuno, calano reti e nasse con segnalazioni minimali, pressoché inesistenti, ben diverse da quelle  che abbiamo trovato sulla costa sotto vento! Sopra vento la navigazione diventa pertanto un continuo  slalom  tra  bottiglie  di  plastica  spesso  a pelo d’acqua e quindi pressoché invisibili e quando questo slalom lo devi fare in vicinanza di banchi di corallo ti genera, questo si, un po’ di apprensione!
Confermiamo però: la costa sopra vento della Martinica è più bella di quella sotto vento!

28 gennaio 2011 – Un rientro imprevisto
Sono insorti alcuni problemi personali ed ho dovuto riprendere l’aereo per Milano. Niente di grave, ma per un paio di mesi temo dovrò rimettere i panni del cittadino.

22 febbraio
Quattro cittadini americani rapiti da pirati somali al largo della Somalia sono stati uccisi. Lo ha reso noto la Cnn, che ha  citato  fonti  del  Pentagono.  I  quattro  velisti  a  bordo dello yacht "Quest" erano seguiti da un paio di giorni da una nave della marina militare americana che, secondo una prima ricostruzione, è intervenuta dopo aver sentito degli spari a bordo. La Cnn ha riferito che nell'intervento sono morti anche alcuni dei rapitori, e che 15 pirati sono stati tratti in arresto. Le vittime sono i proprietari dell'imbarcazione, i coniugi Jean e Scott Adam, che avevano cominciato un giro del mondo nel dicembre del 2004, e due amici invitati a bordo per la traversata, Phyllys Mackay e Rob Riggle. L'imbarcazione, la S/V Quest, era stata sequestrata a 240 miglia nautiche dalla costa dell'Oman e i pirati si erano diretti successivamente con i loro ostaggi verso la Somalia.
Mi ritornano alle mente antiche definizioni:
-     Il pirata era un ladro, un predone del mare, che agiva di propria iniziativa contro tutte le navi che riusciva ad intercettare.
-     Il corsaro, invece, praticava la così detta “guerra di corsa”,  da  cui appunto  discende  il  suo  nome,  in genere autorizzata da un sovrano e solo contro specifiche navi che gli venivano indicate nella "lettera  di corsa  e rappresaglia".  Famosi furono  i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry Morgan che, sul finire del XVII secolo, assaltavano i porti spagnoli nelle Americhe e attaccavano i galeoni carichi di oro ed argento diretti verso la Spagna.

Il corsaro della regina
In un giorno  del 1573 un giovane  uomo di mare si trovava sulla cima di una collina, nell' istmo di Panama.  Il giovane, arrampicatosi su un albero, fu il primo inglese ad ammirare il più grande  degli  Oceani:  il Pacifico.  Era Francis  Drake, colui che passerà alla storia come “il pirata della regina”. Cinque  anni prima,  nel 1568,  Drake  si trovava  nei Caraibi su  una  nave  della  flotta  comandata da  suo  cugino  John Hawkins  e danneggiata da una furiosa  tempesta.  Hawkins aveva  trovato  riparo    nel  porto  messicano  di San  Juan  de Ulua,  vicino  all'attuale  Vera  Cruz.  Gli spagnoli,  di stretta osservanza cattolica,  consideravano gli Inglesi  degli  eretici ed avevano  concesso  l’accesso  di mala  voglia.  La flotta  era da  poco  alla  fonda  nel  porto,  quando  il  nuovo  viceré  del Messico,   da  poco   arrivato,   ordinò   un  attacco   contro   le malconce  navi  di  Hawkins.  Tre  velieri  furono  catturati  e tutti  gli Inglesi  a bordo  degli  stessi  furono  uccisi.  Drake  e Hawkins  riuscirono  a salvarsi con pochi superstiti  sulle due navi rimaste sotto il loro controllo.
Da quel momento  Francis  Drake,  animato  da un insanabile spirito    di   vendetta,    divenne    il   peggior    nemico    degli spagnoli.  La regina  Elisabetta,  non ancora  sufficientemente forte   per  poter   esporsi   ad  uno   scontro   frontale   con  la Spagna, sfruttò il suo desiderio  di vendetta  avvallando brevi incursioni,  a scopo  di  saccheggio,  contro  le  navi  spagnole. Drake diventò in breve il terrore delle navi spagnole.
Nel novembre  1577 una flotta di cinque  navi da guerra  era pronta a salpare dal porto di Plymouth.  La nave ammiraglia di  Drake  era  la  Pelican,  le  altre  navi  erano  l'Elizabeth,  la Swan, la Marigold e la Christopher.
La  regina  Elisabetta,  si  era  a  tal  punto  rafforzata,  da  poter sfidare la Spagna, dominatrice dei mari, ed   autorizzare ufficialmente  la  spedizione  delle  cinque  navi  di  Drake  nel Pacifico per stabilire scambi commerciali, annettere nuovi territori e ricercare un misterioso continente di cui tanto si parlava: la terra Australis. A Drake non era stato richiesto di dar battaglia alle navi spagnole, ma la regina, che ben conosceva l’odio di Drake per gli spagnoli, era certa che l’investimento fatto per armare le cinque navi, sarebbe ampiamente stato ripagato dal bottino che certamente Drake avrebbe fatto attaccando le navi spagnole nel Pacifico.
Il 5 aprile 1578, dopo 63 giorni di Atlantico, le navi di Drake avvistarono  terra: erano arrivati in Brasile. Drake si diresse a Sud.
Il 18  maggio,  dopo  aver  costeggiato  per  due  terzi  la costa dell' Argentina, Drake fu costretto a demolire la Swan irreparabilmente danneggiata  dalle tempeste.
Il 30 giugno 1578 Drake comunicò ai marinai la decisione di processare Thomas Doughuty per aver incitato l’equipaggio all'ammutinamento. Si trovava nella baia di San Julian. La stessa baia in cui Magellano aveva trascorso 58 anni prima un tragico inverno, durante il quale aveva anche lui dovuto fronteggiare un tentativo di ammutinamento costato vite umane.  Thomas  Doughty  fu condannato a morte ed i marinai di Drake, dopo la sua decapitazione, ribattezzarono la baia di San Julian “isola di sangue”.
San Julian
Prima  di salpare  verso lo stretto  di Magellano,  Drake  diede ordine  di  affondare  anche  la  Christopher  perché, troppo lenta, rallentava il procedere dell’intera flotta.
Il  20  agosto  1578  la  flotta  inglese  attraversò  lo  stretto  di Magellano  e  Drake  decise  di  ribattezzare   la  propria  nave ammiraglia  con il nome di Golden Hind (cerbiatta  dorata) in onore dell'amico  e finanziatore  Sir Christopher  Hatton,  sul cui stemma troneggiava  la figura di una cerbiatta dorata. Drake cercò di risalire con le navi lungo le coste del Cile, ma la   flotta    fu   investita da violentissime tempeste che spingevano indietro le navi, verso il polo Sud. Durante una di queste tempeste Drake udì lontane invocazioni di aiuto: il giorno dopo scoprì che la Marigold era andata a fondo trascinando con sé tutto il suo carico umano.
Le due navi superstiti, la Golden Hind e L’Elizabeth, si persero di  vista  e, dopo lunga attesa, il capitano della  Elizabeth, convinto che Drake fosse naufragato, fece rotta verso l’Inghilterra.
Invece Drake era ancora in mare a combattere  contro furiose tempeste  che lo spingevano sempre più  a Sud fino a raggiungere “l’estremo promontorio” identificabile come il famoso Capo Horn.
Drake si trovava nello stretto che oggi porta il suo nome. Drake, ora che le  tempeste si erano  almate, riprese a costeggiare  la costa occidentale  dell’America.
Cominciò a trovare testimonianza della presenza degli spagnoli ed il suo antico odio si riaccese con grande furore. Attaccò navi spagnole nel porto di Valparaiso, in quello  di Callao (Lima),  finché,  il 10 marzo incontrò  la nave dei suoi sogni. Il galeone spagnolo  Cacafuego che, carico d'oro e d'argento, navigava faticosamente verso Panama. Drake si tenne  al largo fino al tramonto, poi attaccò  senza praticamente  trovare  alcuna resistenza. La Cacafuego trasportava:  “40  kg  d'oro, 13  forzieri  colmi di monete d'argento, 6 tonnellate di argento per un valore di 360.000 pesos".
Il  4 aprile Drake attaccò un altro galeone spagnolo: l’Espirito  Santo. Altro ingente bottino si aggiunse a quello della Cacafuego. Drake,  con  la  Golden  Hind  stracolma  di  tesori, aveva ora fretta di tornare in Inghilterra.
Il 16 aprile, Drake lasciò l'America  latina e iniziò la ricerca di quel passaggio  a Nord  Ovest  che vedrà  impegnati, dopo di  lui,  tanti  grandi  navigatori.  Drake  dovette  concludere che il passaggio  non c’era. Deluso, Drake fece vela di nuovo verso  Sud,  poi deciso  a ritornare  in Inghilterra  navigando verso  Occidente,  mise  la prua  verso  Ovest.  Toccò  terra  in molti luoghi:  le Filippine,  le Molucche,  le isole delle Spezie in Nuova  Guinea,  l’Indonesia,  Giava,  l’Africa  meridionale, il Capo di Buona Speranza, le isole di Capoverde,  le Canarie, fino alla costa della Cornovaglia.
Il  26  settembre   Drake   arrivò   a  Plymouth,   da  dove  era partito,  dopo aver trascorso  2 anni, 10 mesi e alcuni  giorni in mare.
Drake,  da buon  pirata  della  regina,  donò  metà  del bottino ad Elisabetta:  il suo  valore  equivaleva  ad un  anno  di PIL dell’ intera Inghilterra.
La regina, riconoscente, lo nominò vice ammiraglio.
La  storia  di  Drake  non  finisce  qui.  Drake  ebbe  un  ruolo determinante nella  battaglia  che nello  stretto  della  Manica oppose  la flotta inglese  alla “invincibile armada”  spagnola. La  sconfitta che  Drake  inflisse  agli  spagnoli  segnò  la fine della invincibile  armada e del dominio spagnolo  sui mari. Ancora oggi Francis Drake è molto popolare in Inghilterra. Racconta una leggenda che se l'Inghilterra fosse mai in pericolo, battendo sul tamburo di Francis Drake, lo si farebbe ritornare in tempo per salvare la patria con la sua Golden Hind.

8 marzo – La barca perduta
Ma dove ho lasciato questa benedetta barca? Sono sicuro di averla lasciata in questa bella baia, ma forse mi sono confuso. La baia l’avevo scelta con grande attenzione, ridossata dai venti prevalenti, con un fondale di sabbia buon tenitore e con un ampia spiaggia che, nel malaugurato caso in cui l’ancora per un qualche inimmaginabile motivo avesse arato, la barca si sarebbe adagiata sulla sabbia senza il rischio di danni significativi. Per di più avevo dato 40 metri di catena su di un fondale di 4 metri. Un ancoraggio assolutamente sicuro. Ma la barca non c’è! Non ricordo il motivo per cui avevo lasciato la barca allontanandomi in auto. Ma ora che sono ritornato per riprendere il mare la barca non c’è più. Forse mi sono confuso. Qui ai Caraibi queste baie si assomigliano un po’ tutte, forse il promontorio che avevo preso come riferimento  non  è  questo,  ma  il  successivo.  Rimetto  in moto l’auto e supero il successivo promontorio: bella baia, acqua color smeraldo, ma di barche neanche l’ombra. Comincio ad essere veramente preoccupato.Torno  indietro.  Eppure  sono  sicuro,  la  baia  era  questa! Che cosa può essere successo ? Il dubbio comincia a corrodermi. Peraltro ricordo che nei giorni di assenza il tempo si è mantenuto costantemente al bello e quindi …… Che  ci  sia  stata  tempesta  proprio  in  questo  sperduto angolo del mondo in cui ho lasciato la barca?
Se  la  barca  ha  rotto  l’ormeggio  da  qualche  parte  deve essere  pur  finita.  Rimetto  in  moto  l’auto  e,  a  passo d’uomo, percorro tutta la costa osservando, spiagge, scogliere e ridossi metro per metro. Niente! Impossibile che una barca sia svanita nel nulla. Se per una qualche ragione che non so spiegarmi è finita a scogli qualche traccia deve essere pur rimasta, qualche rottame deve essere certamente visibile. Niente! Lo sconforto ormai si è impadronito di me. La mia bella barca e con lei i miei sogni  sono  scomparsi.  
Duale scomparso
Ripercorro  a  ritroso  e  sempre  a passo d’uomo tutta la costa. Ormai sono in preda alla rassegnazione ed alla disperazione, la mia barca è affondata ed i miei sogni sono andati a fondo con lei. Scruto l’orizzonte divenuto irraggiungibile. Ho un nodo alla gola. Perché? Perché sono stato così stupido da lasciare la mia barca incustodita? Come è possibile che io, che l’ho sempre corteggiata con tanto amore, abbia deciso di punto in bianco di lasciarla incustodita alla fonda? Mi sembra impossibile!E’ impossibile! Mi sveglio!
E’ stato un sogno, un sogno così ricorrente in questi ultimi giorni da poterlo ricordare nitido e preciso come un film. Invece sono a Milano e la nostalgia per la mia barca lasciata ai Caraibi è tale che mi gioca questi brutti scherzi.
Per fortuna la parentesi milanese sta per chiudersi; se tutto va per il verso giusto il 18 marzo potrò ripartire per St. Lucia dove ho lasciato la barca.

16 marzo : Il ritorno
Sono arrivato con qualche giorno di anticipo a St. Lucia dove attendo gli amici Walter e Roberto in arrivo il prossimo 18 marzo.
Il bar di Elena a St. Lucia fa da ritrovo per tutti gli Italiani di  passaggio  sull’isola  e  lì  ho  incontrato  persone  che hanno richiamato alla memoria i tanti giovani che ho incontrato durante il mio viaggio e che ho chiamato: “I naufraghi del mare”.
Ore 20.00 Enrico, sta servendo ai tavoli di un ristornate.
Aveva un’attività professionale ben avviata in Italia, ma ha deciso di mollare tutto ed è partito, con un socio finanziatore, verso nuove avventure. Ora il socio finanziatore l’ha mollato ed lui è qui, non sa bene che cosa fare. Anzi qualcosa ha fatto. Si è tolto qualche anno mettendosi insieme ad una giovane che ha l’età delle sue figlie. Dà l’impressione che non riesca più a governare il timone della sua vita: è alla deriva.
Ore 9 del mattino, Angelo è già alla sua seconda birra. Ha gli   occhi   offuscati,   i   movimenti   incerti,   il   parlare strascicato di chi si è “fatto”. Non so di che cosa. Spero per lui che non sia del “peggio” e che quelli che denuncia siano  “solo”,  si  fa  per  dire,  i  postumi di  una colossale sbronza. E’ qui da un anno perché la sua barca ha avuto grossi danni, ci sono state discussioni con l’assicurazione, e da un anno attende i soldi per poter riparare la barca. E’ uno dei tanti   giovani che ho incontrato durante questo viaggio, a cui la famiglia ha  spesso concesso molta libertà e denaro. E’ diventato armatore della sua barca e con essa ha iniziato  la  grande fuga.  I  giovani come  lui  fuggono dalla ripetitività della vita di città, dai formalismi sociali, dall’obbligo del lavoro giorno dopo giorno, dalla fatica di dover affrontare le difficoltà dell’essere adulti.
E allora, eterni fanciulli, si mettono in mare inseguendo avventurose illusioni, irraggiungibili miraggi di libertà e quando, per guadagnare di che vivere si trovano comunque costretti   ad accettare ripetuti ingaggi come skipper, come secondi di bordo, come equipaggio per trasferire barche, naufragano.
Naufragano  quando  si  ritrovano  di  fronte  quella ripetitività a cui pensavano di essersi sottratti. Nessuno ha mai spiegato loro che nella vita tutto ha un prezzo, che niente ti è concesso in perpetua gratuità, che la libertà non è vera libertà se non te la sei guadagnata attraverso un duro impegno, che per saper affrontare le difficoltà che la vita ti riserva, sempre e comunque, bisogna avere temprato il proprio carattere.
Tutto sembrava così semplice. Ed invece l’unico sogno su cui avevano scommesso tutto il loro modo di essere, in cui avevano riposto tutte le loro speranze di vita, perde man mano colore, ed anche loro, come il loro sogno, a poco a poco ingrigiscono. Li trovi sfaccendati nei bar a bere birra di prima mattina. Non hanno più una meta, un obiettivo.
Vivono alla giornata trovando un po’ di conforto nell’ammirazione che altri giovani di passaggio mostrano nei loro confronti, per il loro coraggio nel saper affrontare mari avventurosi. Ma l’avventura non è implicita dell’andar per mare, l’avventura è prima di tutto una dote dello spirito. Partendo dalla situazione che per nascita a ciascuno di noi è stata riservata, l’avventura è prima di tutto la capacità di accettare le sfide,  tutte diverse, che ognuno di noi si trova a dover affrontare. L’avventura è la curiosità del conoscere, la voglia di cambiamento, la capacità  di  rimettersi  sempre  in  gioco,  il  desiderio  di vivere sempre nuove esperienze. E se tu non hai preparato il tuo spirito all’avventura, che tu sia per mare, in terra o nei cieli, sei destinato al naufragio.
I giovani che pensano che avventura significhi fuga dal quotidiano non si rendono purtroppo conto che, se lo spirito non è preparato, rischiano di perpetuare in mare quella ripetitività a cui pensavano di sfuggire. E quando se ne rendono conto è troppo tardi, Indietro non sanno o non vogliono tornare e così continuano a navigare verso orizzonti sconosciuti o, come Enrico, avendo perso il timone, o come Angelo, avendo perso bussola ed orientamento.
Già, in queste isole di sogno oltre agli “zingari del mare” incontri anche i “naufraghi del mare”.
Gli “zingari del mare” sono per lo più persone anziane, che, raggiunta l’età della pensione, si muovono   con le loro barche quando le condizioni meteo sono favorevoli, si fermano quando arrivano in una località gradevole, inseguono con attenzione primavere ed estati in modo da farsi trovare nel posto giusto nella stagione giusta.
I “naufraghi del mare”sono invece per lo più ragazzi ancora giovani, che partiti con la mente piena di sogni e di illusioni  sono  spiaggiati  in  qualcuna  di  queste  isole. Proprio come balene spiaggiate, hanno perso l’orientamento e si sono arenati. Si dibattono ancora, ma è difficile  possano ritrovare la giusta rotta.
Ma  su  queste  isole  caraibiche  non  si  incontrano  solo naufraghi, ma anche “veri uomini di mare”!
Max è qui a St. Lucia da un  paio di settimane, skipper di uno Swan di 64 piedi. La barca affidata alle sue cure è splendida anche perché lui, oltre che skipper, ne è l’attento manutentore. Milanese di nascita, figlio di un brillante imprenditore, gli hanno insegnato fin da piccolo che nella vita ciò che si desidera avere lo si può e lo si deve guadagnare con il duro lavoro. E lui è stato al gioco. Amava il mare, ma non poteva permettersi la vita degli “zingari del mare” perché non aveva capitali alle spalle ed allora si è inventato un suo modo di essere un vero “uomo del mare”. È emigrato in America e per poter vivere ogni giorno il mare, ha imparato a manutenere ed a ricostruire barche, prima di tutto la sua, acquistata come rottame per pochi  soldi  e  praticamente  ricostruita  da  zero  ed oggi usata come abitazione. Su una barca sa fare di tutto: vetroresina, legno, ogni struttura per lui non ha segreti. Sul mare ha fatto di tutto: lo skipper, il charter, il solitario esploratore di nuovi angoli di mondo. Realizza nel tempo libero  oggettistica affascinante. Gli ho chiesto perché non trasforma questo suo hobby in un business; mi ha risposto che non vuole diventare schiavo del business, che per essere veramente liberi bisogna saper rinunciare al desiderio di “possedere”. Conosce a menadito tutta la costa e le isole che si estendono dal Venezuela fino alle Bahamas,  ha  navigato  in  Pacifico  e  ti  affascina confidandoti gli anfratti più segreti  delle tante isole in cui ha   attraccato.   Quando   mi   ha   raccontato   come   ha ricostruito da zero la sua barca-abitazione mi è tornato alla mente lo Spray, la barca di Josua Slocum. Anche sul piano umano l’accostamento non è affatto azzardato. Dietro le rughe  del  marinaio  trovi  la  solidità  di  in  uomo  che affronta ogni giorno della sua vita come una nuova avventura. Scrivevo:  “L’avventura è la curiosità del conoscere, la voglia di cambiamento, la capacità di rimettersi sempre in gioco, il desiderio di vivere sempre nuove esperienze” e questo è quello che Max fa ogni giorno.   Scrivevo: quando due skipper si incontrano in mare  si  scambiano  spesso  un  messaggio  che implicitamente dice: “Ciao amico, sono contento di averti incontrato e che tutto a bordo della tua barca vada per il meglio. Comunque non ti preoccupare, se hai una qualche difficoltà, ricordati che siamo “sulla stessa barca” ed io sono qui per aiutarti”  e questo è quello che Max fa nella vita di tutti i giorni.
Sono arrivati Roberto e Walter, i due amici che mi accompagneranno rispettivamente fino a Grenada e Trinidad.
Roberto è, per così dire, un amico di matita. Non ci eravamo mai conosciuti, ma, amico di Walter, ha cominciato  a  scrivermi  simpatiche  E-Mail  con  qualche utile consiglio per la manutenzione della mia barca. Quando ho scoperto che sul mare vive le mie stesse emozioni non ho avuto dubbi sull’opportunità di invitarlo a navigare con noi nelle isole Granadine.
Walter invece è un amico di vecchia data. Genovese, ma da anni residente a Milano, si era dimenticato di che cosa fosse il mare ed ha voluto cogliere questa occasione per riscoprirlo. Il mare dei Caraibi lo ha stregato al punto da non volerlo perdere di vista neppure di notte: ha sempre dormito in pozzetto con un occhio rivolto al mare ed uno alle stelle.
Le isole Granadine hanno esercitato sui miei due amici lo stesso richiamo che già avevano esercitato in gennaio su mio figlio e le sue amiche. Ovviamente Tobago Keys ha riguadagnato il riconoscimento di più bella isola del gruppo.28 marzo - Verso Tobago
Ieri Walter ha fatto la sua prima 24 ore di navigazione, da Grenada a Pelican Bay in Tobago. Volevamo arrivare a Charlotteville,  ma  ci  siamo  fermati  per  non  arrivare  a notte fonda. In navigazione è stata una notte abbastanza tranquilla: bolina la più stretta possibile, 20 nodi di vento, un paio di metri d’onda. Malgrado la bolina stretta siamo finiti a circa 15 miglia ad Ovest di Tobago allungando di parecchio  il  percorso,  ma  con  la  soddisfazione  di  non dover sentire il brontolio del motore.
La notte ha fatto riaffiorare una riflessione che avevo fatto a St. Lucia con il mio amico Max e che forse è utile trasmettere a chi sta per affrontare navigazioni simili alla mia.
Navigare con la barca in perfetto stato di funzionamento è un’ECCEZIONE, non la regola.
La regola, ahimè, è che per quanta cura a attenzione abbiate, in barca c’è sempre qualcosa che non va. Il grillo che si spacca; la vela (certo non nuova) che si taglia; la coppiglia che si rompe e vi fa perdere un pezzo di draglia; l’asta di regolazione dell’apertura di un boccaporto che si blocca  per  l’ossidazione;  il  generatore  che non  parte (il nostro, benché revisionato prima della partenza, ha dato forfait per 4 volte); la pompa di acqua di mare che, poco usata, perde; la crocetta che, sebbene sia stata ben nastrata, apre l’mps; il compressore del frigorifero a cui manca gas e raffredda debolmente. Tante piccole avarie che, pur consentendovi di proseguire la navigazione, rischiano di incrinare il vostro buon umore.
Per  evitare  questo  rischio  partite  dal  presupposto  che avere  a  bordo  qualche  piccola  avaria  è  normale,  non averla è l’eccezione.

30 marzo Charlotteville – Tobago
E’ per dimensione il secondo paese di Tobago. Ci ha sorpreso   presentandoci   una   grande   baia   su   cui   si affacciano non più di 100-200 abitazioni. Due sole barche alla fonda : una batte bandiera canadese, l’altra proviene dalla Guaiana francese. Il paese si presenta ancora come incontaminato dal turismo. Raggiungere questo paese non è facile: via terra bisogna attraversare la grande foresta pluviale di Tobago, via mare bisogna arrivare fino all’estremità orientale dell’isola. Ma ne vale la pena.
E’ un paese povero, non ci sono supermercati, i pochi bar che si affacciano sulla spiaggia sono capanne di legno che vi offrono l’immancabile birra. C’è un solo ristorante; ovviamente non esiste un menù; vi chiedono solo se volete mangiare pesce o pollo. Ottenuta la risposta, noi abbiamo scelto  pesce,  vi arriva  il  loro  piatto  standard; vi hanno messo  un  po’  di  tutto:  ovviamente  pesce  e poi  riso, verdure, patate, e ….. spaghetti. Superato lo stupore per questo  servizio,  abbiamo  apprezzato  la  cucina  locale ripulendo  per  bene  il  nostro  piatto.  Spesa,  incluse  due birre a testa, 10 euro ciascuno! Domani sera torniamo e proveremo l’altro piatto: pollo!
La popolazione è cordiale e vi trasmette un senso di solidarietà tipico degli antichi villaggi. Tutti conoscono tutti, vivono per le strade, anzi per la strada, l’unica che attraversa il paese. Qui la televisione non è ancora arrivata ad intrappolare gli abitanti nelle loro abitazioni. Alla sera dopo cena, la strada che attraversa il paese si affolla all’inverosimile. Seduti sui muretti che fiancheggiano la strada i locali chiacchierano tra loro; ogni 100 metri una macchina parcheggiata sul  bordo strada con le portiere aperte  spara decine  di decibel  di musica  locale;  l’unico spazio piano della località è riservato ad un splendido campo di calcio dove, anche di sera, alla luce di potenti riflettori, squadre di ragazzini giocano con l’immancabile pallone. È un paese di pescatori: la baia è piena di barche a motore di piccole dimensioni che issano al centro due lunghe aste, rudimentali, ma efficaci distanziatori per la pesca alla traina.
Charlotteville
Oggi resteremo qui perché il paese prepara per il fine giornata una festa a conclusione di un gara ….. di pesca! Peccato che per andare a terra dovremo faticare: il nostro fuoribordo (sette mesi di vita), fatto riparare a St. Lucia per un colpo preso con l’elica, riportato a riparare sempre a St. Lucia perché dopo 24 ore era di nuovo in panne, si è di nuovo fermato.
Come   vi   dicevo   navigare   in   questi   mari   con   tutto funzionante è un’ eccezione, se poi siete costretti ad affidare  le  vostre  riparazioni  a  locali  poco  affidabili diventa un’ eccezione al quadrato !

2 aprile – Trinidad
Il viaggio sta per finire.
Trinidad è la mia meta finale, l’isola più a Sud dei Caraibi e che per questa sua posizione gode del vantaggio di non essere investita dai cicloni che spesso nel periodo luglio – novembre imperversano sui Caraibi.
Le   isole   di   Trinidad   e   Tobago   furono   scoperte   da Cristoforo Colombo nel suo terzo viaggio. Colombo diede il   nome   spagnolo   "Trinidad"   all'isola   più   grande   in omaggio alla Santissima Trinità, mentre probabilmente il nome   Tobago   viene   dalla   forma   di   sigaro   dell'isola minore. Attualmente le due isole sono uno Stato indipendente.
Colombo! Un personaggio che tutto il mondo ci invidia e delle cui origini tutti tentano di appropriarsi. Ma quanto abbiamo letto sui libri di storia ed io stesso ho raccontato è la vera storia di Cristoforo Colombo ? Qualcuno solleva al riguardo  rilevanti  dubbi.  E’  Ruggero  Marini,  grande storico italiano, che ha indagato per quindici anni sulle vicende   dell’epoca   e   ce   le   racconta   nel   suo libro “Cristoforo Colombo, l’ultimo dei Templari”.


L’altra storia di Cristoforo  Colombo
Secondo   Ruggero   Marini  il  vero  sponsor   del  viaggio  di Colombo,    non   è   Isabella    di   Castiglia    né   tantomeno Ferdinando d’Aragona, bensì il papa di allora, un papa dimenticato  dalla  storia:  Giovanni  Battista  Cybo.  Divenne papa  assumendo   il  nome  di  Innocenzo  VIII,  e  governò  il mondo cristiano dal 1484 al 1492, fino a sette giorni prima della partenza del navigatore da Palos.
Erano  anni  oscuri  per  la  cristianità.  Nel  1453, Costantinopoli   era  caduta  in  mano  ai  Turchi  ed  i  luoghi santi di Gerusalemme  erano così in mano agli infedeli.  Rodi, roccaforte dei cavalieri del mare, strenui difensori della cristianità, era caduta ed ora i Turchi minacciavano  la stessa "caput  mundi".  Erano  gli anni  forse  più  duri  nella  storia della  cristianità   e  sul  soglio  pontificio   serviva   un  papa adeguato  all’emergenza   dei  tempi.  II padre  del pontefice si chiamava Arano, Aronne o Abramo, un nome ebreo, la nonna si chiamava Sarracina, un nome musulmano. Nelle vene del pontefice si incrociava il sangue delle tre grandi religioni monoteiste   della   storia.   I   Cybo,   avevano   pertanto   una conoscenza diretta ed approfondita dell’Islam. Il nuovo papa era di nascita genovese, come genovese e’ Colombo e fu  vescovo di Savona, dove si trasferì la famiglia di Colombo.
Era necessario trovare nuovo oro per finanziare nuove Crociate e così la Chiesa “creò” un inviato, un Christo Ferens, come Colombo  amava  firmarsi,  un  portatore  di  Cristo:  Cristoforo appunto. Colombo sapeva benissimo dove stava andando, cosa avrebbe trovato, cosa doveva fare: evangelizzare i nuovi popoli e portare l’oro in Europa.
Alcune considerazioni sviluppate da Marino:
Innocenzo VIII e’ chiamato anche il "papa marinaro", perché ? Colombo fu sempre estremamente reticente circa le sue origini, perché?  Al  nord  Colombo in  quei  tempi  significava figlio di padre sconosciuto, cosi come al Sud aveva lo stesso significato il nome di Esposito. Quindi un trovatello.
Tuttavia Colombo aveva uno stemma di famiglia, cosa stupefacente per un trovatello, ed i colori del suo stemma, sarà un caso, ma richiamano i colori dello stemma del papa Innocenzo VIII.
In  un  appunto  dell’  atlante  di  Tolomeo,  nell’Accademia  dei Lincei  di  Roma,  riferendosi  a  Innocenzo  VIII  si  definisce Colombo "Columbus nepos".  “Nepos” o qualcosa di più ? In un tempo in cui i papi avevano figli?
Sulla tomba di Innocenzo VIII, nella basilica di San Pietro, ancora oggi si legge sotto la sua statua: "novi orbis suo aevo inventi gloria“ ovvero, nel tempo del suo pontificato, la gloria  della  scoperta di  un  nuovo  mondo".  Perché?  Il  papa muore nel 1492, Colombo ritorna nel 1493. Perché quella lapide sul mausoleo bellissimo del Pollaiolo?
Molto interessante è la storia che Marino ha ricostruito circa i reali finanziatori del viaggio di Colombo.
La metà dei soldi sono italiani, l’altra metà è spagnola. La metà italiana fa capo a famiglie fiorentine e genovesi imparentate con il Papa di Roma.
Cybo  si  è  avviato  alla  carriera  ecclesiastica,  quando  era  già padre. Oltre ai 2 figli ufficiali gliene vengono attribuiti  fino a 12. Uno dei figli di Innocenzo VIII, Franceschetto, sposò Maddalena, figlia di Lorenzo il Magnifico. Guarda caso la parte fiorentina del finanziamento del viaggio di  Colombo è di un banchiere dei Medici, Giannotto Berardi, banchiere di Lorenzo il Magnifico, consuocero di Papa Innocenzo VIII.
I soldi spagnoli vengono prestati dalla Santa Hermandad amministrata da Luis de Santangel e da Francesco Pinelli. Luis de Santangel, protettore di Colombo, oltre ad essere uomo dei re di Spagna era anche uomo di fiducia di Innocenzo VIII in quanto collettore delle rendite ecclesiastiche in Aragona, ed il genovese Francesco Pinelli era nipote di papa Innocenzo VIII. Il prestito della Santa Hermandad venne restituito rapidamente accedendo al fondo della crociata della diocesi di Badajoz di cui era amministratore  un  genovese,  un  tale  Gentili,  "familiare"  di papa Innocenzo VIII.
3 agosto 1492, Colombo parte con tre caravelle, nel nome della Santissima Trinità. Non sa che 7 giorni prima, il 25 luglio, Innocenzo VIII, il suo papa, è morto. C’è uno strano tempismo nella morte di questo papa in un epoca in cui il veleno andava molto di moda.
Nella primavera del 1492 è morto Lorenzo il Magnifico, poco dopo muore Innocenzo VIII, morti con una puntualità sconcertante. La famiglia Borgia è maestra di veleni e, guarda caso,  chi  succede al defunto  Innocenzo  VIII  ?  Papa  Borgia, Alessandro  VI,  che  è  passato  alla  storia  per  aver  diviso arbitrariamente in  due  il  mondo, quello conosciuto ed  anche quello a quei tempi ancora sconosciuto. Questa divisione del mondo viene sollecitata da Ferdinando d’Aragona, grande interprete degli insegnamenti del Macchiavelli. Alessandro VI nel 1494 spacca il mondo in 2 e lo assegna come "dominus orbis" prevalentemente alla Spagna. Protestano i portoghesi, che potrebbero essere già giunti in Brasile. La “raja” viene spostata così che i portoghesi potranno "scoprire" il Brasile. Più tardi una serie di matrimoni politici farà si che la Spagna inglobi il Portogallo presentandosi al mondo come la potenza dominante, la potenza che presto trarrà lustro dalla costruzione della “invincibile armada”.
Marini solleva anche molti dubbi condivisibili sul fatto che a quei tempi “tutti” ignorassero l’esistenza dell’America. Erano tempi in cui le mappe delle terre scoperte erano equiparabili a segreti militari ed erano possedute dai potenti della terra. Ed Innocenzo VIII non era tra questi potenti?
Colombo, secondo la storia ufficiale è alla ricerca di Cipango ovvero del Giappone, arcipelago che sulle carte non esisteva ancora. Marco Polo, quando parla di Cipango sembra si riferisca viceversa ad una terra perduta nell’oceano sconfinato, che ha molti riferimenti con l’America. Marco Polo, di cui Colombo era un  attentissimo  lettore,  parla  di  questa  terra  come  di  un territorio invaso dai cinesi ed in Giappone i cinesi non sono mai sbarcati. Gavin Menzes, viceversa, nel suo libro “1421, la Cina scopre l’America” sostiene che i cinesi con una gigantesca flotta abbiano raggiunto prima di Colombo l’America. Ci sono tante mappe. Alcune di incerta provenienza, ma altre molto credibili che testimoniano la conoscenza del territorio americano prima di Colombo. Nel castello di Teglio, ad esempio, troviamo una carta "impossibile",  un  affresco  enorme,  che  indubbiamente "denuncia  conoscenze  geografiche  ascrivibili  al  periodo compreso fra il 1568, data del primo mappamondo mercatoriano e il 1587". La data dell’esecuzione del lavoro non è chiara, ma vari studiosi propendono per il 1459, 1469, 1499. Oltre all’America vi compare una terra australe, che dovrebbe essere l’Antartide, ma che non è coperta dai ghiacci ed è invece inquietantemente verde come gli altri continenti. Inquietante è anche la storia della “mappa scomparsa del 1428” di cui venne in   possesso Pirì   Reis,   ammiraglio   turco,   che   nel   1513 rappresentò su una sua mappa del mondo quello che appariva in questa mappa scomparsa che Pirì aveva ottenuto da un ex marinaio di Colombo fatto prigioniero dai Turchi.
Che  Colombo  non  abbia  mai  compreso  di  essere  andato  alle Americhe è incredibile, una calunnia che pesa su di lui ormai da 500 anni. Si è sempre voluto nascondere un evento che ha sconvolto gli equilibri del mondo. Al ritorno dal primo viaggio Colombo inviò una lettera, il cui originale è stato trovato solo recentemente, in cui Colombo, al ritorno del primo viaggio in America, chiede al Papa di nominare cardinale il figlio minorenne. Così come papa Innocenzo VIII aveva fatto cardinale il figlio minorenne di Lorenzo il Magnifico, che diverrà poi papa Leone X. Impensabile per un trovatello!
C’è  però  qualcosa  su  cui  tutti  sono  d’accordo.  Ferdinando d’Aragona si rifiutò di riconoscere i diritti di Colombo che li difese intentando un processo proseguito dai suoi eredi, ma inficiato da testimoni di parte che sostennero i diritti del loro re contro quelli di uno sconosciuto straniero. La brama di ricchezza ha ancora una volta, non solo cambiato il corso della storia, ma anche alterato il reale svolgimento dei fatti.
Marini si stupisce, ed io con lui, di come l’incredibile storia ufficiale della scoperta dell’America, l’avvenimento più importante dopo la nascita di Gesù Cristo abbia retto per ben 5 secoli ed ancora non dia segni di cedimento.


4 aprile
L’isola di Trinidad è meno accogliente di Tobago. Qui c’è una ricchezza dovuta al petrolio che gli abitanti di Charlotteville non conoscono: evidentemente i lauti guadagni derivanti dall’estrazione del petrolio di Trinidad non arrivano fino a Tobago.
La penisola di Chaguaramas è un ridosso naturale di Trinidad su cui si affacciano una decina di cantieri specializzati nel rimessaggio delle barche: nel pieno della stagione degli uragani riposano nella penisola circa 3.000 barche.
Noi siamo diretti al cantiere di Powerboats dove siamo accolti con grande simpatia.
Ci attende  una settimana di durissimi lavori.  La  barca, dopo tanto navigare, pretende le pulizie di Pasqua: pulizia e protezione del ponte in teak, pulizia e protezione di tutti gli acciai, risciacquo in acqua dolce di tutte le cime utilizzate, pulizia e lavaggio delle vele, pulizia a fondo di tutta la sentina e di tutti gli stipetti della barca, …. Sono alcuni dei tanti lavori di chiusura. Grande attenzione a non lasciare nessuna traccia di cibo in barca ......
Duale è a terra splendido e lucente come non è mai stato. Ricoperto con una grande protezione di plastica resterà ad attendermi per qualche mese.

Come   concludere   questo   mio   racconto?   Con un particolare ringraziamento all’ispiratore di questo libro :
il mare!
Grazie, amico ritrovato. Grazie per avermi di nuovo accolto con il tuo amore di sempre.
Sono  bastati  pochi  giorni  in  tua  compagnia  per dimenticare le negatività che spesso la vita di tutti i giorni trascina con sé. Tu sei un amico onesto, anche quando ti arrabbi, non deludi mai chi ti ama veramente, la tua grandezza cancella ogni meschinità ed ogni frustrazione. Ancora una volta hai risvegliato i miei sentimenti migliori.

La solidarietà.
Tutti sappiamo che non è sempre facile affrontare le tue esplosioni di energia con le nostre fragili case galleggianti. Ed  allora risvegli in noi naviganti il valore della solidarietà.

La generosità.
Quando tu spalanchi le tue grandi braccia e ci rendi partecipi della tua immensità cancelli in un istante ogni piccineria. Ci fai dimenticare le stupide ripicche, come diceva Sciascia, degli “omuncoli”, le meschinità dei “quara qua qua”,  le tante furberie quotidiane di chi cerca  una rivalsa per le sue frustrazioni.

L’intimità.
Tu culli le nostre anime, ci fai ritornare eterni fanciulli e con gli amici, diventati un po’ austeri con il passar degli anni, ci fai ritrovare intimità dimenticate.

Tanta più acqua scorre sotto la chiglia di Duale, tanto più sento che tu, alla lontana, sei il nostro grande padre putativo. Ne sono profondamente convinto, tu sei il nostro progenitore. Ami i tuoi figli e sei un padre amoroso e lo testimoni  con  la  tua  capacità  di  risvegliare  coscienze sopite. Qualche volta sei anche severo. Ma è giusto che tu lo sia perché i tuoi figli devono imparare a conoscere il propri limiti, devono imparare a controllare la paura, devono ritrovare l’umiltà troppo spesso dimenticata.


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DESCRIZIONE DEI TERMINI MARINARI
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venti dominanti atlantici di Nord-Est
organizzazione inglese che assiste traversate Atlantiche
giunzione tra scafo e asse dell'elica
parte terminale del genoa (vela di prua)
antenna che, alla base della randa, la irrigidisce
cime collegate alla vela per modificarne la forma e/o dimensione
rialzo della parte posteriore delle barca
strumento elettronico atto a visualizzare la cartografia marina
asse longitudinale della barca (confrontabile con la spina dorsale umana)
cavi di acciaio che circondano il perimetro della barca
barca da guerra dei vichinghi
rinforzo del bordo terminale dello scafo
vela anteriore (più piccola del geoa)
spazio riservato al deposito di attrezzature (vele, ancora, catene, ….)
grande vela di prua utilizzata con venti leggeri
la barca ha di solito due vele; quella anteriore, molto ampia, si chiama genoa
spazi corrispondenti ai due spigoli di poppa; anticamente i marinai coltivavano il loro "giardino"
serie di 40 bandiere che decorano la barca in momenti solenni
vento di nord-Est che in Mediterraneo assume questo nome
previsione meteo trasmessa da stazioni americane
fogli di materiali nautico ad altissima resistenza
nave da carico vichinga
vento che spinge posteriormente l'imbarcazione
foro di ingresso dell’asse del timone nella chiglia della barca
punti di collegamento tra chiglia e ordinate (come le vertebre umane)
vento freddo di Nord-Ovest
lato anteriore con cui la barca fende le onde
boa galleggiante utilizzata per segnalare pericoli per la navigazione
piccola cima che consente di ridurne o aumentarne la tensione
grande e leggera vela che viene usata per migliorare la velocità con venti leggeri
unità di misura della velocità; 1 nodo = 1,852 km/h
fori praticati nel pozzetto per scaricare in mare spruzzi di acqua
dette anche costole, legni che compongono la struttura delle fiancate
parte posteriore dell'imbarcazione
spazio esterno della barca dal quale l'equipaggio monta la guardia
sinonimo di prua; parte anteriore dell'imbarcazione
parte anteriore dell'imbarcazione
vela posteriore della barca
fa ruotare la vela di prua su se stessa avvolgendola
grosso cucchiaio utilizzato per buttare fuori bordo l'acqua imbarcata
cima di trazione e regolazione delle vele
è la parte interna più bassa dello scafo
strumento per misurare gli angoli degli astri
parte terminale della barca che sorregge il timone
imbarcazione con un albero e due vele
grande vela colorata issata a prua per sfruttare venti portanti leggeri
copertura fissa o mobile che protegge come un parabrezza la parte aperta della barca
sinonimo di spinnaker
cavi d'acciaio che sostengono l'albero ancorandolo alla prua ed alla poppa
la barca orza in eccesso per la spinta del vento
spazio a poppa delle galee riservato agli ufficiali di comando
apertura che consente di salire e scendere dal pozzetto in cabina
asta che fissata all'albero viene utilizzata per tenere ben aperte le vele
cima con cui viene messa in tensione la base della randa
cime di ormeggio che nei porti vengono fissate a catene posate sul fondo
strallo di prua su cui si può inferire una terza vela
rotori utilizzati per avvolgere le cime di governo delle vele di una imbarcazione
Alisei
ARC
Baderna
Bolina
Boma
Borose
Cassero
Chart plotter
Chiglia
Draglie
Drakkar
Falchetta
Fiocco
Gavone
Gennaker
Genoa
Giardinetto
Gran pavese
Grecale
Grib
Kevlar
Knar
Lasco
Losca
Madieri
Maestrale
Mascone
Meda
Meolo
Mps
Nodo
Ombrinali
Ordinate
Poppa
Pozzetto
Prora
Prua
Randa
Rulla fiocco
Sassola
Scotta
Sentina
Sestante
Skeg
Sloop
Spinnaker
Spray hood
Spy
Stralli
Straorza
Tabernacolo
Tambuccio
Tangone
Tesa base
Trape
Trinchetta
Winch
 
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