Fridtjof Nansen, 1893 - grandinavigatori

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Fridtjof Nansen, 1893

I grandi navigatori
iceberg
I c e b e r g     n e l l' A r t i c o
La Jeannette
Jeannette
Nel novembre 1884 Fridtjof Nansen, un giovane scienziato norvegese, rimase affascinato da un articolo che aveva letto in un quotidiano: sulla costa sud-occidentale della Groenlandia erano appena stati trovati alcuni resti della Jeannette, una nave naufragata tre anni prima durante una spedizione nell' Artide; eppure la nave non era affondata vicino alla Groenlandia, ma a 2.000 miglia allargo della Siberia, sull'altro lato del Mare Glaciale Artico.

Come mai quei relitti si erano spostati da una parte all'altra del Polo Nord?

L'autore dell'articolo, un noto meteorologo, ipotizzò che una corrente sconosciuta avesse trasportato il relitto ttraverso l'Artico. Era un concetto azzardato, perché a quell'epoca nessuno sapeva se il Polo Nord era coperto da terra o da mare. Quella teoria andava però a genio a Nansen, che sapeva che tronchi di alberi siberiani erano stati trovati sulla costa della Groenlandia, come' pure un'arma di legno, usata soltanto dagli Eschimesi dell'Alaska.
L'unica spiegazione logica sembrava essere una corrente polare abbastanza forte da trasportare quegli oggetti lentamente, attraverso il Mare Glaciale Artico: se tale corrente esisteva realmente, Nansen riteneva che potesse essere di aiuto alle esplorazioni polari. Dovevano però passare parecchi anni prima che egli riuscisse a tradurre in atto la sua idea.de esplorando la Groenlandia.

La teoria della corrente Artica
corrente artica
Nel febbraio del 1890, lo scienziato ventottenne presentò il suo progetto alla Società Geografica di Christiania (l'attuale Oslo). Il piano era molto semplice e molto audace: invece di tentare di raggiungere il Polo Nord a piedi o con slitte trainate da cani, perché non lasciarsi trainare dalla corrente polare, di cui si intuiva l'esistenza?

Nansen proponeva di costruire una nave speciale,
di farla racchiudere dai ghiacci al largo della costa della Siberia,

e di lasciarla poi semplicemente andare alla deriva in direzione nord attraverso il polo. Per il tragitto egli prevedeva che sarebbero stati necessari da due a cinque anni, un'occasione ideale per scoprire alcuni dei segreti di quella vasta regione sconosciuta.
Malgrado un iniziale scetticismo, entrò in gioco l'orgfoglio nazionale: la Norvegia avrebbe avuto l'onore di aver dato i natali al primo uomo arrivato al Polo Nord e fu facile trovare il finanziamento. Il denaro venne soprattutto dal governo; i cittadini norvegesi, entusiasti, versarono più di un terzo dei fondi occorrenti e persino il re Oscar donò 20.000 corone.

nave tra i ghiacci
Nansen diede precedenza alla costruzione della nave, che doveva essere abbastanza forte da resistere alla pressione dei ghiacci. "Questa e solo questa" egli commentò, "fu l'idea dominante che ci guidò durante la costruzione".
Il problema non erano i ghiacci alla deriva; il vero pericolo era la banchisa, quella caotica massa di immensi blocchi di ghiaccio che si trova vicino al polo e che va alla deriva, sollevandosi e abbassandosi con le maree.
Nansen si rivolse a Colin Archer, un importante costruttore navale scozzese; insieme disegnarono una nave tozza, con lo scafo arrotondato a prua e a poppa, le fiancate spesse e ricurve, rinforzate con travi e bracci robusti. Scrisse Nansen:

"Prua, poppa e chiglia, tutto fu arrotondato in modo che
i ghiacci non potessero in nessun punto trovare un appiglio".
"L'intera imbarcazione doveva poter scivolare
come un'anguilla fuori dalla morsa dei ghiacci".

Quando i ghiacci della banchisa le si fossero chiusi intorno, la loro pressione avrebbe sollevato la nave invece di frantumarla; per lo meno così sperava Nansen.
Colin Archer
Colin Archer
Lunga 40 metri, compatta e attrezzata di tutto punto, la goletta era appena sufficiente a trasportare 13 uomini, e il combustibile e le provviste per cinque anni.
Oltre alle vele, l'attrezzatissima tre alberi era dotata anche di un motore ausiliario a vapore. Vi era, inoltre, un generatore di energia elettrica per fornire la luce durante il lungo inverno artico, cioè una dinamo che poteva essere azionata dal motore di bordo, da un mulino a vento sul ponte o a mano.
Si ricavò anche lo spazio per le officine del falegname, del meccanico, del fabbro, del velaio, dello stagnaio e del calzolaio. Spiegò Nansen
"Non vi era nulla che non potesse essere fatto a bordo,
dallo strumento più delicato agli zoccoli e ai manici delle asce".
Architettura della "Fram"
Fram Nansen
Infine il 26 ottobre 1892 la nave fu pronta. La moglie di Nansen ruppe una bottiglia di champagne sullo scafo della nave e
la battezzò "Fram", che in orvegese significa "Avanti".

Sebbene la nave fosse finita, restava ancora molto da fare:
  • Erano giunte centinaia di domande di aspiranti alla spedizione, ma l'equipaggio era limitato a 13 uomini compreso Nansen e tutti dovevano essere ottimi marinai o scienziati.
  • Furono costituiti depositi di viveri sulle isole al largo della costa della Siberia, nel caso che l'equipaggio avesse dovuto abbandonare la nave, o semplicemente tornare indietro.
  • Fu deciso di imbarcare 34 cani da slitta, di cui la spedizione avrebbe avuto bisogno per esplorare la banchisa polare, dopo che la nave fosse rimasta bloccata dai ghiacci.
Questa spedizione norvegese al Polo Nord era un'impresa audace, ma era anche la spedizione artica più accuratamente organizzata che si fosse mai tentata fino allora.

Cani da slitta
cani da slitta
Passarono cosi nove mesi prima che la Fram , il 24 giugno 1893, prendesse il largo. Alle persone che erano a bordo parve che tutta la Norvegia augurasse loro buon viaggio.
Verso la fine di luglio la nave doppiò la punta settentrionale della Norvegia e si diresse verso i mari artici. Per settimane procedette regolarmente verso est, facendosi strada tra i ghiacci galleggianti e lottando contro forti venti di prua, poi, a circa tre quarti del percorso lungo la costa della Russia, vicino alle Isole della Nuova Siberia, virò bruscamente a nord e affrontò l'ignoto. In quella zona il mare era ancora libero dai ghiacci e per 10 giorni la nave procedette velocemente verso il polo. Esclamò Nansen:

"Avanti verso nord, sempre a nord,

con un buon vento, alla massima velocità consentita dal motore a vapore e dalle vele, un miglio dopo l'altro nel mare aperto ... "

La Fram salpa da Bergen
La fram salpa da Bergen
I ghiacci erano però più vicini di quanto si immaginasse. Il giorno dopo, appena visibile all'orizzonte, apparve
"il margine estremo della banchisa che luccicava attraverso la nebbia".

Trovato un passaggio tra i ghiacci alla deriva, Nansen puntò la prua verso la banchisa polare, spense i motori e aspettò. Annotò il 24 settembre:
"Siamo bloccati tra i ghiacci sempre più in fretta. Sta per arrivare l'inverno".

Infine, il 9 ottobre, iniziò il finimondo. L'equipaggio al completo era sottocoperta, quando parve che l'universo esplodesse.
"Cominciò un rumore assordante e la nave tremò".

Scossa come da un terremoto la banchisa polare si inarcava e premeva contro la Fram , ma non la schiacciò; si limitò a sollevarla, come Nansen aveva predetto; l'assalto dei ghiacci continuò un giorno dopo l'altro, ma la Fram, rimase illesa. Commentò Nansen. "I ghiacci premono e si ammassano intorno a noi con un boato simile al tuono. Formano muri e cumuli alti quasi quanto il sartiame della Fram". E aggiunse:
Fanno tutto il possibile per ridurre in polvere la nostra nave.

Ormai sicuri che la Fram poteva sostenere la pressione dei ghiacci, gli uomini si disposero a quella routine che avrebbero seguito per mesi, forse per anni, mentre la robusta imbarcazione si lasciava trasportare verso il Polo Nord.
Fram march 1894
L'occupazione principale dell'equipaggio era il lavoro scientifico: ogni quattro ore gli esploratori registravano i dati del tempo e, a giorni alterni, le osservazioni astronomiche; misuravano la temperatura del mare, il contenuto salino, la profondità, le correnti; prelevavano campioni dal fondo marino e rilevavano la rotta seguita dalla Fram.

Alcune scoperte erano preoccupanti.
All'inizio, Nansen credeva che il Mare Glaciale Artico fosse poco profondo, invece risultò più profondo di quanto potesse raggiungere la fune del suo scandaglio da 1.000 braccia (pari a 1.830m). Quella profondità persuase Nansen che la corrente su cui faceva affidamento per spingere la Fram verso il polo, era più debole di quanto avesse immaginato, e che l'influenza del vento sarebbe stata molto superiore.
La cosa più inquietante, però, era la rotta della Fram: sebbene da parecchi mesi la nave si muovesse verso nord-ovest, il suo procedere era erratico, con numerose fermate e persino spostamenti in direzione sud. Scoraggiato Nansen si rese conto che il viaggio che, nelle previsioni, doveva durare da due a cinque anni, avrebbe potuto richiederne sette o anche otto; peggio ancora, la Fram poteva anche non passare per il Polo Nord.

Percorso artico immaginato da Nansen
Il mar glaciale artico
Nansen diventava sempre più irrequieto. Confidò nel suo diario.
"Questa vita oziosa, questa esistenza passiva mi opprime. L'anima stessa diventa di ghiaccio. Cosa non darei per un solo giorno di lotta, persino per un momento di pericolo!"
Cominciò a concepire un piano; aveva deciso di raggiungere il polo anche se la Fram non ci fosse riuscita. Quando scese il secondo inverno artico egli espose il suo piano a Otto Sverdrup, il comandante in seconda della Fram:

perché non tentare una spedizione via terra dalla nave alla deriva fino al Polo Nord ?

Con un compagno, avrebbe viaggiato in sci, con le racchette, con le slitte o con i kayak, per poi far ritorno nel mondo civile attraverso la Terra di Francesco Giuseppe, un gruppo di isole che si trovavano qualche centinaio di miglia più a sud.
L'epoca migliore per la partenza era febbraio o marzo, dato che l'anno prima Nansen aveva osservato che in quel periodo il ghiaccio era più liscio e più transitabile con le slitte trainate dai cani; in maggio, all'inizio dello scioglimento del ghiaccio, si sarebbero aperti nella banchisa lunghi tratti di acqua che avrebbero ostacolato il cammino.
Terre di Francesco Giuseppe
Mappa Francesco Giuseppe
L'equipaggio si dimostrò entusiasta dell'idea e parecchi uomini si offrirono di accompagnare Nansen;

alla fine egli scelse Hjalmar Johansen, un ufficiale di marina in congedo,

cosi ansioso di partecipare alla spedizione della Fram da farsi ingaggiare come fuochista.
Nansen, con la cura che gli era solita, collaudò ogni pezzo dell'equipaggiamento che sarebbe stato usato nel viaggio al polo e, insieme a Johansen, si trasferi a vivere sulla banchisa, sperimentando diversi tipi di calzature, vestiario, cibo, tende e sacchi a pelo ed esercitandosi con le slitte e i cani.
Hjalmar Johansen
Hjalmar Johansen
Infine, il 14 marzo 1895 i due esploratori si avviarono
con l'equipaggiamento e le provviste caricate su tre slitte trainate dai cani.

La Fram era appena a 350 miglia marine dal Polo Nord, più vicino di quanto una nave fosse mai arrivata.
Nansen è il più alto, il secondo da sinistra; Johansen è il secondo in piedi da destra
Nansen e Johansen
Dapprima il percorso fu facile. Ma presto si trovarono in mezzo a un dedalo di creste torreggianti, formate dalla pressione dei ghiacci.
Nonostante spingessero al massimo i cani, gli uomini stessi dovevano tirare le pesanti slitte oltre i rilievi frastagliati che bloccavano il cammino. Nansen scrisse, esasperato:

"Creste e ghiacci irregolari , un'interminabile morena di blocchi di ghiaccio;
il continuo sollevare le slitte per superare i dislivelli fiaccherebbe un gigante".

Non meno pericolose erano le pozze di acqua dolce che si formavano di giorno e gelavano di notte quando regolarmente la temperatura scendeva a -40 "C.
Le esalazioni umide del corpo avevano trasformato i loro vestiti "in armature".


creste di ghiaccio
La fatica continuava.
Nella prima settimana di aprile, Nansen cominciò a perdere la speranza di poter raggiungere il polo. Era anche perplesso dall'apparente lentezza della loro marcia: sebbene i due esploratori percorressero parecchi chilometri al giorno, di sera le loro osservazioni astronomiche indicavano che dalla sera precedente non si erano spostati verso nord. Si resero allora conto di quanto stava accadendo: era come se si trovassero su un gigantesco nastro trasportatore che si muoveva in senso contrario;

la crosta galleggiante che si sforzavano di attraversare si spostava verso sud
quasi altrettanto rapidamente di quanto essi si spostassero verso nord.

Nansen, lo scienziato freddo e obiettivo che cercava sempre di lavorare con le forze della natura, si trovava ora a lottare contro di esse.
Il suo diario rivela nei giorni successivi una delusione crescente:
  • 3 aprile: "Comincio a dubitare che sia saggio proseguire verso nord".
  • 5 aprile: "Mi convinco sempre di più che dovremmo ritornare prima del tempo fissato".
  • 6 aprile: "Questa mattina avevo quasi deciso di tornare indietro, sto arrivando alla conclusione che qui non combiniamo niente di buono".
Disegno
L' 8 aprile finalmente, Nansen si arrese.

Quella notte, alla latitudine di 86°14', i due uomini si accamparono nel punto più settentrionale da essi raggiunto: in 26 giorni avevano percorso 198 km ed erano arrivati a 226 miglia marine dal Polo Nord; sebbene non l'avessero raggiunto, si erano avvicinati più di chiunque altro.

La mattina successiva diedero un'ultima occhiata al paesaggio monotono e ostile e iniziarono il viaggio di ritorno verso la Terra di Francesco Giuseppe a circa 640 km verso sud.

Dove arrivò Nansen
I! viaggio di ritorno si rivelò ancora peggiore della corsa verso il polo.
Un giorno dopo l'altro essi lottarono contro lo stesso tipo di ghiacci che avevano dovuto affrontare da quando avevano lasciato la Fram.


Il sopraggiungere della primavera creò nuovi problemi.
A mano a mano che il sole di mezzanotte saliva nel cielo, la temperatura si avvicinava gradatamente al punto di fusione del ghiaccio. I cumuli di neve fresca sui frantumi di ghiaccio si trasformavano in neve sciolta, in cui gli esploratori affondavano fino al ginocchio e la marcia diventava sempre più difficile.
Enormi spaccature, lunghe persino ualche chilometro, si aprivano tra i ghiacci che andavano lentamente alla deriva, poi si congelavano in strati di ghiaccio troppo sottili per sostenere le slitte ma abbastanza spessi per lacerare i kayak, se gli esploratori tentavano di metterli in mare. Non potendo attraversarli, Nansen e Johansen erano costretti ad aggirare quei canali.
Commentò Nansen
Commenta Nansen
canali di ghiaccio
Peggio ancora, le provviste si stavano esaurendo, specialmente il cibo per i cani. La soluzione fu "orribile" ma non vi era scelta: i cani più deboli furono uccisi uno alla volta e dati in pasto ai loro compagni. Alla metà di giugno, con solo tre cani ancora in vita, i due uomini dovettero fabbricarsi dei finimenti e tirare le slitte a fianco dei cani.

Vi erano però alcune circostanze confortanti. A volte, gli esploratori incontravano l'orma di qualche volpe artica, ogni tanto

un orso polare arrivava a tiro dei loro fucili, rifornendo cosi la dispensa.

Con l'avanzare dell'estate si vedevano sempre più spesso volare gabbiani e altri uccelli acquatici. Tutta quella vita selvatica significava che la terra non poteva essere lontana; eppure essi non riuscivano a raggiungerla. Non sapevano neppure con precisione dove si trovavano.

Soltanto il 24 luglio, dopo un viaggio di tre mesi e mezzo verso sud,
videro finalmente all'orizzonte un'isola.

La lpro felicità fu di breve durata: seguirono due settimane di "incredibile fatica", nell'estremo sforzo di raggiungere il mare aperto che circondava l'isola.
Quando finalmente raggiunsero il bordo della banchisa e misero in mare i kayak, gli esploratori proseguirono senza gli ultimi cani fedeli; era stata una decisione difficile, ma non avevano scelta, perché una volta iniziato il viaggio per mare, i cani sarebbero stati più d'impiccio che di aiuto. A malincuore eliminarono gli animali e s'imbarcarono.

orso
Kayak tra i ghiacci
Trovarono non un'isola, ma una miriade di isole; avvano compiuto l'impossibile:
avevano raggiunto la Terra di Francesco Giuseppe.

Per tre settimane esplorarono le coste felici di sentire sotto i piedi la solida roccia e di vedere i papaveri fioriti nelle fenditure del terreno. Ora la breve estate artica stava rapidamente declinando; alla fine di agosto il ghiaccio si consolidò da tutte le parti, bloccando ogni possibile strada verso il sud.
Gli esploratori si trovarono di fronte alla prospettiva di svernare in quel luogo inospitale. Disponevano tuttavia di carne più che sufficiente per tutto l'inverno, e calde pelli di orso per i loro giaciglio. Improvvisarono arnesi da lavoro con pezzetti di legno e con ossa e zanne di tricheco e costruirono una minuscola capanna di pietre, chiudendo gli interstizi con musco e usando per il tetto pelli di tricheco spesse e impermeabili.
Verso la fine di settembre, si sistemarono nella capanna, disponendosi alla vita invernale; preparavano i pasti a turno, ma il menu era lo stesso: zuppa di carne di orso la mattina e bistecca di orso la sera.
La capanna nelle Terra di Francesco Giuseppe, coperta di neve, in cui Nansen e Johansen passarono l'inverno del 1895–1896. Disegno basato su una fotografia di Nansen
Durante il loro terzo inverno nella notte artica:
    • quando il tempo era calmo, essi si avventuravano all'aperto a cacciare, a camminare o a contemplare l'incredibile spettacolo dell'aurora boreale e delle stelle cadenti;
    • quando la bufera infuriava e la neve turbinava intorno alloro rifugio, rimanevano rannicchiati vicino alla stufa a olio e dormivano a volte fino a 20 ore al giorno.
Quando erano svegli, parlavano per ore di fila, sognando "grandi piatti pieni di dolci,
per non parlare di pane e di patate", e ricordavano con nostalgia la delizia dei bagni turchi.
aurora boreale
La primavera era ormai alle porte.
Agli esploratori si allargò il cuore quando, il 25 febbraio, videro volare i primi uccelli provenienti dal sud. Evidentemente era arrivato il momento di prepararsi a ciò che speravano sarebbe stata l'ultima tappa del loro viaggio di ritorno. La capanna si trasformò improvvisamente in un affaccendato laboratorio di sartoria e di calzoleria:
    • da un sacco di canapa ricavarono il filo per rattoppare i loro abiti stracciati;
    • con le coperte ne confezionarono di nuovi
    • e con le pelli d'orso fecero un nuovo tipo leggero di sacco a pelo.
Il 19 maggio tutto era pronto. Nansen e il suo compagno caricarono le provviste sui Kayak e li legarono sulle slitte, che cominciarono a trainare attraverso i ghiacci;
nei tratti di mare aperto, mettevano le imbarcazioni in acqua.
Per un mese proseguirono verso sud, passando da un'isola all'altra e affrontando tuffi nell'acqua gelida, attacchi di trichechi, notti fredde nei sacchi a pelo fradici e tutti i disagi e gli imprevisti cui vanno incontro gli esploratori.

trichechi
Il 17 giugno 1896, quasi tre anni dopo aver lasciato la Norvegia, erano accampati sul ghiaccio vicino a un'isola rocciosa. Nansen stava preparando la prima colazione quando la nebbia cominciò a diradarsi; incuriosito, egli lasciò Johansen e si allontanò per dare un'occhiata. Sopra di lui volteggiavano migliaia di uccelli, riempiendo l'aria del loro canto.
Improvvisamente, un cane abbaiò in lontananza.
Nansen non poteva assolutamente credere ai propri orecchi, né poi, ai propri occhi: mentre si apriva un varco ttraverso i ghiacci, un uomo gli si fece incontro.

Disse l'uomo "Sono straordinariamente contento di vederla"
"Anch'io, grazie" rispose Nansen,
riconoscendo l'esploratore artico inglese Frederick ]ackson.
]ackson fissò il norvegese tutto inzaccherato, esitò, poi sbottò fuori:
"Lei è forse Nansen?" ...."Si, sono io."...."Per Giove! come sono felice di vederla!"
Per ironia della sorte,
]ackson si trovava nella Terra di Francesco Giuseppe con una spedizione
che cercava via terra una nuova strada per raggiungere il Polo Nord,

progetto che il viaggio di Nansen aveva già dimostrato inattuabile.
Per alcune settimane Nansen e ]ohansen si deliziarono delle comodità disponibili nel campo ben equipaggiato di ]ackson, nell'attesa che arrivasse dalla Norvegia una nave con i rifornimenti.
Quando arrivò e fu scaricata, i due esploratori salirono a bordo e fecero ritorno in patria.
Entro una settimana dall'arrivo in Norvegia, il trionfo di Nansen fu completo.
Ricevette un telegramma dal comandante della Fram:

"Fridtjof Nansen: Fram arrivata in buone condizioni.
Tutto bene a bordo. Partiamo subito per Tromsò.
Benvenuto a casa! Otto Sverdrup".



Incontro Nansen Jackson a Capo Flora, 17 giugno 1896
Incontro Nansen Jackson a Capo Flora, 17 giugno 1896
Terra di Francesco Giuseppe
terra-di-francesco-giuseppe
Tromso, Norvegia
Tromsò Norbegia
Membri della spedizione al ritorno
Membri della spedizione
Tutta la Norvegia fu strabiliata dall'impresa di Nansen e del suo equipaggio e li accolse con entusiastiche celebrazioni, ma la soddisfazione più grande per Nansen fu quella di trovarsi di nuovo a casa con la sua famiglia.
Nansen aveva dimostrato la validità della sua teoria. La Fram aveva continuato il suo viaggio alla deriva esattamente come egli aveva previsto e, anche se non era passata per il polo Nord, aveva attraversato il Mare Glaciale Artico ed era emersa al largo delle coste delle Spitsbergen.
Il viaggio di Nansen
puoi anche vedere la rassegna dei






Una sera,
stando sulla spiaggia nella sua città natale,
egli sentiva le onde
che si frangevano ai suoi piedi
e rifletteva su ciò che aveva compiuto:
I sogni
Artide
 
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