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Gli schiavi del remo

Curiosità
Questo racconto di fantasia trae origine dalle testimonianze storiche della vita dei rematori che parteciparono alla battaglia di Lepanto.
Cristoforo era disperato, la fame lo tormentava ormai da diversi giorni.

marinai del remo
Comito
Era cresciuto nelle strade e nelle campagne dell’entroterra veneto, figlio di genitori conosciuti, ed ora, a vent’anni, vagava per le vie di Venezia alla disperata ricerca di un tozzo di pane.

Affascinato dai racconti di una Venezia ricca di suntuosi palazzi, forte di una flotta imbattibile, bella da lasciarti a bocca aperta, aveva abbandonato la campagna in cerca di fortuna.

Ma Venezia l’aveva respinto, non c’era lavoro per uno zotico come lui. L’ambiente era ostile, nemmeno un orto dove poter rubacchiare qualche ortaggio, nemmeno un albero per sfuggire alla calura del mezzogiorno, nemmeno uno sguardo di compassione che invece, nelle campagne, i contadini qualche volta gli riservavano.

Cristoforo trascinava la sua giovane vita da una calle all’altra alla ricerca di qualcosa che desse un senso al suo girovagare.


Ripensò all’incontro della sera precedente.
Aveva incontrato un povero figlio di nessuno, uno sfortunato come lui, che gli aveva raccontato un strana storia. Nessuno dei due sapeva leggere, ma, questo amico di strada, gli aveva raccontato di

un bando dalla “Serenissima” per cercare nuovi marinai del remo
quelli che a quel tempo chiamavano i “benevoglie”.
Ci si poteva imbarcare su di una galea come rematore ed ecco che vitto ed alloggio erano assicurati e per di più si riceveva anche un piccolo compenso.


Fu il suo stomaco a risvegliare quei dimenticati pensieri.
E se fosse vero? Gli sembrava un modo abbastanza semplice per garantirsi la sopravvivenza.
Cristoforo si avviò verso l’Arsenale al cui ingresso spiccava un grande bando …. già, ma non sapeva leggere quel che c’era scritto.

Si fece coraggio ed entrò.
Fu subito accolto da un burbero omaccione, che seppe in seguito essere un “comito”,
ovvero uno dei responsabili degli equipaggi addetti ai remi.
Con un fare asciutto e brusco gli spiegò di cosa si trattava. Gli veniva proposto di firmare un contratto che per tre anni lo avrebbe impegnato come rematore di una galea contro vitto, alloggio ed un compenso che a Cristoforo sembrò molto elevato.


Che fosse arrivato nel paese del bengodi, penso Cristoforo ?
“Se vuoi imbarcarti, fatti trovare qui domani mattina alle 10, quando il comandante della Iperion firmerà i contratti di ingaggio”.

Quella notte Cristoforo non dormì.
Non capiva bene che cosa lo tenesse sveglio:
    • La fame ?
    • L’eccitazione per quella nuova avventura?
    • La paura del mare su cui non era mai stato?
Albeggiava e già Cristoforo era davanti all’Arsenale per firmare il suo arruolamento.
bengodi
Cristoforo era tutto dolorante.
    • le spalle gli dolevano per via dello sforzo che in modo ritmico doveva fare sul remo,
    • la schiena era tutta ammaccata dai colpi che riceveva dal rematore dietro di lui quando questo perdeva il giusto ritmo della voga,
    • le mani erano tutte piagate, perché, malgrado cercasse di evitarlo, il remo tendeva a ruotare nelle sue mani.

Anche i piedi erano tutti piagati perché per poter esercitare maggior forza erano infilati in una scassa che, quando la barca sbandava, picchiava sulla parte superiore dei piedi.
Lo stomaco non brontolava più, ma ora era tutto il suo corpo che si ribellava a quella tortura.
Dopo un tirocinio di sei mesi, lo avevano nominato capovoga in uno dei banchi di poppa.


capovoga
A bordo c’erano 450 rematori: solo una cinquantina erano "benevoglie", gli altri erano schiavi.
I migliori erano gli schiavi turchi che, in carenza di "bonevoglie", venivano impiegati come capi voga  dei «banchi di quartiere ».

I vogatori erano divisi in quattro quarti : di prua a dritta, di prua a sinistra, di poppa a dritta, di poppa a sinistra. Quando la galea era in fase di trasferimento veniva adottata
la “voga a quartieri”
ovvero vogavano alternativamente i due quarti di prua, o i due quarti di poppa, in modo che la metà dei rematori non operativi potesse riposare.

Gli schiavi turchi erano vigorosi e per questo ogni tanto si diceva che uno era «forte come un turco », erano pazienti, resistenti, e presto rassegnati alla loro sorte e quindi docili. Purtroppo accadeva raramente che se ne catturassero in battaglia ed allora venivano comprati nella stessa Costantinopoli dai vassalli turchi cui non ripugnava di vendere i propri sudditi.

schiavi turchi
schiavi
Diversamente di schiavi nordafricani vi era maggiore disponibilità, ma questi erano di temperamento molto variabile, a volte violenti, a volte fiacchi, sempre subdoli, pronti alla rissa o ai tradimenti, odiati da tutti gli altri vogatori.

La carenza di vogatori era il tallone di Achille di molte flotte.
Furono così messi ai remi i condannati nazionali, giudicati da tribunali penali. Per un condannato alla pena capitale la conversione della pena in quella di vogatore era il minore dei mali, ma dal  XIV secolo si cominciò a mandarvi anche dei condannati a pene leggere e persino semplici sospetti o vagabondi.
Editto di Nantes
Cristoforo era seduto con altri cinque vogatori su di un  banco  lungo metri 2,40 ossia con uno spazio di 40 centimetri per uomo, imbottito di cuoio, non tanto per cortesia verso chi vogava, ma per preservare l’investimento da possibili ferite.

Cristoforo cominciò a pensare che
era caduto dalla padella alla brace.

Vero che vitto e alloggio non mancavano, ma la vita del rematore era veramente dura, anche se gli dicevano che lui era tra i più fortunati perché, malgrado tutto, non aveva ancora vissuto momenti veramente drammatici: quelli della battaglia.

banci di una galea
Con il passar dei mesi tuttavia la condizione di Cristoforo migliorò

Aveva imparato i trucchi del mestiere:
    • riusciva ad evitare il formarsi di piaghe sulle mani e sui piedi,
    • le sue spalle si erano fatte ogni giorno più forti
    • ed i dolori più acuti erano scomparsi.
Quello che ancora non riusciva ad evitare erano i colpi di remo che lo schiavo turco dietro di lui gli riservava quando si distraeva e perdeva il ritmo di voga.

Da ormai due anni, Cristoforo vogava sulla Iperion.

trireme
Era la primavera del 1571 quando cominciarono a circolare voci circa una imminente battaglia che avrebbe coinvolto la flotta di galee della Serenissima contro quella turca.

Cristoforo era preoccupato.
Chi era già stato in battaglia raccontava cose orrende:
    • rematori trafitti ed uccisi dai propri remi per l’urto durante gli abbordaggi,
    • altri uccisi dalle frecce che il nemico lanciava su di loro per azzerare la capacità propulsiva della nave,
    • altri ancora andati a fondo con la loro stessa nave a cui erano incatenati.
Cristoforo incrociava le dita. Già altre volte si erano sparse allarmanti notizie circa imminenti battaglie che poi si erano rivelate prive di ogni fondamento. D’altra parte che alternative aveva? Aveva firmato per tre anni e per tre anni doveva restare al remo!

Beh, rispetto agli schiavi che erano ai remi, lui, un benevoglie, aveva un vantaggio:
    • in caso di battaglia era lui a decidere se farsi incatenare, come lo erano tutti gli schiavi, per avere un compnso supplementare
    • oppure poteva tenersi libero, garantendosi così almeno la possibilità di essere naufrago in caso di affondamento.
galeotti
Nell’estate del 1571, i timori di Cristoforo si avverarono.

Una flotta composta da 106 galee e 6 galeazze partì da Venezia diretta verso Messina.
A Messina, mentre la flotta della Lega si andava riordinando e rifornendo, Don Giovanni d’Austria, l’Ammiraglio della flotta pontificia, volle passare in rassegna le galee presenti nel porto. Si venne presto  a sapere che la flotta nemica era tutta riunita nella importante base navale di Lepanto (golfo di Corinto) e che era costituita di un numero di galee di poco superiore a quello della flotta cristiana, ma di dimensioni e potenza minori.

La mattina del 16 settembre, tutta la flotta cristiana uscì dal porto di Messina, defilando a breve distanza da un brigantino, dal quale, all'estremità del molo foraneo, Mons.Odescalchi impartiva solennemente la benedizione papale a tutte le unità, man mano che passavano. Le galee rispondevano, con gli equipaggi inginocchiati, ammainando i pennoni, in segno di omaggio devoto.

Flotta della Lega Santa esce dal porto di Messina
flotta
Prima di partire da Messina, ogni comandante di galea ricevette dal Comandante in capo un memorandum con le disposizioni per la navigazione e per il combattimento.
La flotta era stata divisa in cinque gruppi: l'avanguardia, l'ala sinistra, il gruppo centrale, al comando diretto di Don Giovanni d’Austria, l'ala destra, ed infine il corpo di riserva.

L’Iperion faceva parte del gruppo centrale.
Cristoforo non ne fu molto contento.
Correva infatti voce che di solito era proprio il gruppo centrale quello che sosteneva l’urto maggiore della battaglia.

Cristoforo, durante le soste notturne faticava sempre di più a prendere sonno. Il numero spropositato di navi che accompagnavano l’Iperion non faceva presagire nulla di buono. Cristoforo percepiva che il non aver partecipato ad altre battaglie sarebbe per lui stato un grave handicap: non riusciva ad immaginarsi nel pieno della battaglia e
le sue paure disegnavano scenari apocalittici.

battaglia
Schieramento della battaglia di Lepanto
schieramento
Il 7 ottobre 1571, domenica, Don Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata, deciso a dar battaglia:
meno di 150 metri separavano le galee cristiane da quelle turche.

Cristoforo non vedeva bene che cosa stava succedendo, ma era frastornato dal rumore che preannunciava l’imminente battaglia. Non era ancora stato sparato un sol colpo di cannone, ma il mare era scosso dal rullar dei tamburi e dal suono delle trombe che incitavano i marinai ed i soldati alla battaglia. Anche sulla Iperion c’era un gran fermento.
    • I comandanti a poppa, sotto il “tabernacolo”, emettevano ordini concitati,
    • i marinai aveva disarmato le vele che in battaglia non servivano,
    • gli arcieri si erano distribuiti lungo le fiancate dell’Iperion, a volte ostacolando i rematori, per poter avere una buona visuale di tiro,
    • i soldati, armati di lance e spade, era concentrati sulla “rembata” a prua dell’imbarcazione pronti per un eventuale abbordaggio,
    • gli artiglieri avevano già armato i loro cannoni sia a prua che a poppa.

Cristoforo, piegato sul suo remo, in attesa di ordini, si sentiva come un ago in un pagliaio. Sentiva che stava per partecipare a qualcosa di grandioso, ma allo stesso tempo avvertiva l’assoluta insignificanza della sua presenza. Della sua morte non si sarebbe accorto nessuno, della sua vita lui era l’unico testimone.

Percepì che la nave ammiraglia stava per dare inizio alla battaglia. Aveva mandato in avanscoperta verso la flotta nemica 6 navi di dimensioni ben maggiori delle normali galee.

E furono proprio loro a sparare il primo colpo di cannone,
le “galeazze”.
Il primo colpo di cannone ?
No Cristoforo non lo ricordava. Ricordava invece che all’improvviso un rumore assordante, come di mille tuoni, si era scatenato senza preavviso. Cristoforo non vedeva da dove partivano i colpi, ma davanti a lui quel pezzo di cielo che poteva vedere sembrava aver preso fuoco.
L’Iperion fu scossa da violente scosse: gli artiglieri di prua avevano aperto il fuoco.

Il comito a lui più vicino chiamò la voga a “passare il banco”.
Era la tipica voga da battaglia. Il vogatore doveva salire in piedi sul banco precedente, tuffare la pala più profondamente possibile in acqua e, esercitando il massimo dello sforzo, lasciarsi ricadere sul suo banco. Cristoforo da buon capo voga dette il ritmo agli altri cinque rematori del suo banco e la barca schizzò in avanti con un balzo.
Galeazza, armata anche sulle fiancate
galeazza
galeazza apre il fuoco
La Real, ammiraglia di Don Giovanni d'Austria
Real di poppa
Le navi avevano ammainato le vele, ma la flotta turca aveva il vento a favore.
Le sei galeazze che l’Ammiraglio ha inviato in avanscoperta affondavano una dopo l’altra decine di galee turche, ma ciò non bastava a scoraggiare l’impeto e l’aggressività di Alì Pascià, il comandante della flotta turca. Cristoforo vede spuntare nel suo ristretto orizzonte gli alberi delle galee nemiche in avvicinamento.

Alì Pascia vuole la testa dell’Ammiraglio della flotta pontificia
e punta al centro delle flotta cristiana.

Tra la Real, la “Capitana” di Don Giovanni d’Austria, e l’Iperion c’è solo un’altra galea.
Sono praticamente a contatto di remo in modo da impedire che qualche galea turca possa infilarsi in mezzo allo schieramento cristiano.
Stendardo della Lega Santa
Stendardo della Lega Santa
La battaglia frontale si fa cruenta.

Con un rumore assordante i Turchi iniziano l'assalto alle navi di Don Giovanni suonando timpani, tamburi, flauti.

Sulla flotta di Don Giovanni è invece sceso il più assoluto silenzio. Quando i legni sono a tiro di Don Giovanni innalza lo Stendardo di Lepanto con l'immagine del Redentore Crocifisso.
Una croce viene levata su ogni galea e i combattenti ricevono l'assoluzione secondo l'indulgenza concessa da Pio V per la crociata.
galea vaneziana
Improvvisamente il vento cambia direzione.
Questa volta è Don Giovanni d'Austria che punta contro la Sultana, la nave di Alì Pascia.
I cannoni tuonano da entrambe le parti e Cristoforo comincia a riconoscere il diverso rumore delle bordate turche.

La galea che si interponeva tra l’Iperion e la Capitana è colpita da due bordate.
Cristoforo, sempre piegato con forza sul suo remo, la intravede inclinarsi su di una fiancata mentre l’equipaggio cerca di mettersi in salvo.
Un brivido corre per la schiena di Cristoforo.
Il suo pensiero va agli sventurati schiavi di quella galea della cui vita nessuno si preoccupa. Sono destinati ad affondare insieme alla nave che non hanno saputo sottrarre ai colpi del nemico.
Di nuovo dal “tabernacolo” arrivano ordini concitati.
Il comandante dell’Iperion chiede ai comiti di intensificare la voga e di coprire il fianco della Capitana lasciato scoperto dall’affondamento della nave interposta.
La voga è frenetica ed i cannoni di prua dell’Iperion sparano ormai senza sosta.....
Qualche galeotto comincia a perdere i colpi della voga.....
Meglio sarebbe toglierlo dal remo perché non sia d’impaccio agli altri rematori del banco, ma il comito non è della stessa opinione e si accanisce con lo scudiscio sul poveretto.

Lepanto, la battaglia
Cristoforo è frastornato.
Il suo vicino di banco è stato colpito da una freccia e rantola sopra il suo remo .....
Anche Cristoforo è coperto di sangue, ma la sua tensione nervosa è così alta che non riesce a capire se il sangue sia il suo o quello dello schiavo vicino colpito dalla freccia.

A Cristoforo sembra che tutti i suoi sensi si siano intorpiditi:
      • non sente più gli ordini in mezzo a quel frastuono infernale,
      • gli piangono gli occhi per il fumo acre che ha invaso tutta la rada,
      • respira a bocca aperta e non c’è più traccia di saliva,
      • ma sente di essere ancora vivo perché continua a spingere sul remo.
Remo che si alleggerisce: il comito ha tolto di mezzo lo schiavo ucciso ed ora al remo sono rimasti in cinque.

corpo a corpo
Poi il frastuono che Cristoforo pensava fosse arrivato al suo massimo aumenta ancora.
Ora le grida degli uomini sovrastano addirittura il rombo dei cannoni.

Il reggimento di Sardegna, imbarcato sulla Capitana,
è all’arrembaggio alla nave turca Sultana,
che diviene il campo di battaglia: i musulmani a poppa e i cristiani a prua.
Anche l’Iperion abborda la nave ammiraglia nemica ed i soldati veneziani imbarcati si buttano nella mischia.

Per fortuna Cristoforo si trova sul lato opposto a quello dell’abbordaggio.
Sull’altro lato i remi sono stati ritirati, alcuni si sono spezzati nell’urto dell’abbordaggio. Gli schiavi del remo del lato d’abbordaggio tentano di fuggire, ma solo i benevoglie, liberi dalle catene, riescono ad allontanarsi.
Sulle teste dei disgraziati rimasti ai ferri piove di tutto:
      • corpi di soldati uccisi,
      • armi sfuggite dalle mani dei combattenti,
      • legni e cime divelte nella furia del combattimento,
      • remi della nave abbordata.
E’ una strage, il sangue cominciascorre lungo la corsia centrale dell’ Iperion.
catene
Dal “tabernacolo” arrivano nuovi ordini concitati. Cristoforo non capisce.
Il comito sta passando per ogni banco sciogliendo gli schiavi dalle catene.

L’ordine è arrivato dallo stesso Ammiraglio:
”Liberare dalle catene gli schiavi e tutti coloro che avranno dato un contributo alla immancabile vittoria verranno liberati per sempre”

Ora anche gli schiavi partecipano alla battaglia. Si sono armati di quanto di meglio hanno trovato: armi cadute nel furore degli scontri, pezzi di remo da utilizzare come clave, uncini d’abbordaggio, le loro stesse catene, usate per spezzare le ossa ai nemici.

la battaglia
La confusione è indescrivibile.
Cristoforo, trascinato dalla fiumana umana che si butta sulla Sultana, si trova ad essere involontario spettatore di una carneficina mai vista.
Lui, uomo delle campagne, non si è armato. Ha esperienza solo di qualche scazzottata scambiata negli anni giovani con suoi coetanei, ma non ha mai combattuto.
La ferocia che lo circonda lo ha paralizzato ed ammutolito.
Nella sua mente lo stupore si alterna con la curiosità. Non aveva mai visto tanta violenza e ne è stupito; non pensava che degli uomini potessero odiarsi al punto da aggredirsi con quella inaudita ferocia. Ma la violenza che lo circonda suscita anche curiosità. Una curiosità morbosa, quella di vedere fino a che punto un uomo può trasformarsi in una bestia priva di ragione e di pietà.

Una testa rotola ai suoi piedi, la sua di testa per poco non viene centrata da una freccia partita da chissà dove. L’uomo che lo precede cade trafitto da una lancia e Cristoforo vorrebbe evitarlo, ma non ne ha nè il tempo, nè lo spazio. Lo calpesta ed il poveretto viene calpestato da tutta la fiumana umana che segue Cristoforo.
massacro di Lepanto
Ma chi sono i nemici ?
La confusione è tale che Cristoforo assiste anche ad uccisioni che avvengono tra gli stessi cristiani. Nella calca qualche arma mal impugnata miete vittime anche tra gli stessi compagni.

Si trova a prua della nave turca, ma il combattimento si sta spostando verso poppa: I Cristiani, già respinti due volte, stanno guadagnando terreno: è il loro terzo assalto!
Don Giovanni, che partecipa alla battaglia, viene ferito ad una gamba.

Al centro della Sultana, il comandante in capo ottomano
Alì Pascià, già ferito, cade, forse ucciso
dalla rivolta dei rematori cristiani o abbattuto da un colpo di archibugio.
I Cristiani hanno vinto, la Sultana è in mano loro.
La testa di Alì Pascià
Il cadavere dell'ammiraglio ottomano Alì Pascià viene decapitato e la sua testa esposta sull'albero maestro dell'ammiraglia spagnola.
Non c’è limite all’orrore!
Il tamburo dell’Iperion richiama a bordo soldati e rematori che hanno partecipato alla battaglia. L’iperion si stacca dalla Sultana e si riporta alla sinistra della Capitana per proteggerne il fianco. I cannoni sparano ancora, ma lo scompiglio regna ormai sovrano tra le navi ottomane.

La testa del loro comandante penzola sull’albero dell’odiato nemico.
La tensione del combattimento si spegne. Perché continuare a combattere?
Fine della battaglia
Sono le quattro del pomeriggio.
Le navi ottomane rimaste, guidate  da Uluč Alì (Giovanni Dionigi Galeni), un apostata di origini calabresi che, schiavo dai turchi, convertitosi all'Islam, aveva scalato le più alte vette della gerarchia militare turca, si danno alla fuga.
Cristoforo può finalmente guardarsi attorno.

Lo spettacolo è apocalittico:
    • relitti in fiamme,
    • galee ricoperte di sangue,
    • migliaia di morti o uomini agonizzanti.
In sole 5 ore di combattimenti sono stati uccisi 30.000 turchi.

Cristoforo


Cristoforo, si fece il segno della croce.
 
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