Roald Amundsen, 1911 - grandinavigatori

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Roald Amundsen, 1911

I grandi navigatori
Il Polo Sud è un luogo deserto; a perdita d'occhio lo scenario è di una desolazione totale: una distesa piatta di ghiaccio e di neve, spazzata dal vento, di un bianco accecante durante la luminosa' estate artica, e avvolta nell'oscurità più profonda durante la lunga notte polare.
Polo sud di apertura
Nel tardo pomeriggio del 14 dicembre 1911, il silenzio assoluto all'estremità meridionale dell'asse terrestre, dove nessuno aveva mai posto piede, fu rotto, per la prima volta, dal suono di voci umane:
Roald Amundsen e i suoi quattro compagni norvegesi erano i primi uomini a raggiungere il Polo Sud.

Nato a Borge, un piccolo villaggio 85 chilometri a nord di Oslo, a 21 anni scelse di abbandonare gli studi in medicina e di assecondare la passione per le esplorazioni.

La scintilla dell'ambizione di Amundsen si accese quando, da ragazzo, lesse la storia della spedizione del grande esploratore artico inglese Sir John Franklin, la cui sfortunata ricerca del passaggio a nord-ovest era stata incredibilmente avventurosa.
Il racconto del coraggio dimostrato da quegli uomini di fronte alle avversità "mi entusiasmò più di qualunque altra lettura", disse Amundsen.
Roald Amundsen
Curioso e studioso di tutte le grandi esplorazioni del grande Nord, Amundsen rimase colpito da ciò che definiva
"uno svantaggio fatale, comune a molte delle precedenti spedizioni artiche"
Raramente il capo era un capitano di marina; come risultato, una volta a bordo, le spedizioni si trovavano ad avere due capi.
Amundsen decise pertanto di prendere un diploma di capitano marittimo e nel 1894 si arruolò come marinaio a bordo di una baleniera.

All'età di 25 anni, diventò capitano in seconda della Belgica, la nave di una spedizione nell' Antartide finanziata dal Belgio. La spedizione, composta da membri di varie nazionalità e animata dalle migliori intenzioni, salpò da Anversa nell'agosto 1897, per quella che avrebbe dovuto essere una breve ricognizione della costa dell' Antartide.
Il risultato fu un disastro: privi di esperienza, i capi della spedizione si lasciarono sorprendere dall'inverno polare e la nave rimase prigioniera dei ghiacci.
Nel maggio 1898, due mesi dopo esser stati rinchiusi nella "morsa di questo campo di ghiaccio" per il sopraggiungere dell'inverno, gli uomini videro tramontare il sole antartico che non sarebbe più risorto fino alla fine di luglio. Senza viveri e abiti adatti per l'inverno, i marinai e gli scienziati dubitarono di uscire vivi dall'impresa; nei mesi successivi due uomini impazzirono e tutti, tranne tre, si ammalarono di scorbuto. Quando anche il capitano cadde gravemente ammalato, Amundsen si trovò improvvisamente al comando della nave, che sembrava condannata senza speranza; egli si di mostrò però all'altezza della situazione e, con calma e metodo, inviò gruppi di marinai a caccia di foche e di pinguini, e con le coperte fece confezionare indumenti caldi.
Infine, dopo mesi di tormenti e fatiche, i pochi uomini validi riuscirono, con i picconi e con cariche esplosive, ad aprire un varco attraverso i ghiacci fino a un canale di mare apertosi nella banchisa. Finalmente il 28 marzo 1899 - 13 mesi dopo esser rimasta bloccata dai ghiacci la Belgica, al comando di Amundsen, riusci a liberarsi e si diresse verso nord; era stata la prima nave che avesse mai svernato, anche se controvoglia, nell'Antartide.


Belgica
Amundsen diede poi prova del suo valore guidando la spedizione che nel 1905-1906 a bordo della nave Gjöa compì la prima traversata del Passaggio a Nordovest, dalla baia di Baffin allo stretto di Bering. La missione ottenne anche un altro importante risultato scientifico riuscendo a determinare la posizione del polo magnetico boreale.
La Gjoa attraversò l'Atlantico settentrionale e navigò lungo la costa occidentale della Groenlandia fino all' estremità settentrionale dell'Isola di Baffin, da dove si diresse a ovest nello Stretto di Lancaster e quindi verso sud, attraverso il dedalo di isole situate a settentrione del territorio canadese. L'acqua poco profonda, la nebbia e i venti che soffiavano furiosamente rallentarono la, navigazione, ma alla fine dell'estate Amundsen trovò un porto naturale per l'inverno nell'Isola King William, a nord-ovest della Baia di Hudson; oltre a essere "un vero asilo per viaggiatori affaticati", il porto era abbastanza vicino al Polo Nord magnetico da permettere precise osservazioni scientifiche. Gli uomini diedero alla baia il nome di Porto Gjoa, e nel settembre 1903 apprestarono la base che sarebbe stata il loro quartier generale per i due anni successivi.
Amundsen imparò, dopo molte lezioni da parte degli Eschimesi, a guidare una muta di cani, esperienza che lo convinse della straordinaria importanza di quegli animali nelle esplorazioni polari. Osservò anche gli indumenti indossati dagli indigeni e mise insieme una raccolta completa del loro vestiario. Arni, cibo, usanze, tutto era di estremo interesse per Amundsen che si rendeva conto di come gli Eschimesi fossero i veri esperti della sopravvivenza nelle regioni polari.

Gjoa
Il 13 agosto 1905, completate le osservazioni del Polo Nord magnetico, la Gjoa riprese la navigazione verso occidente attraverso la nebbia e i ghiacci alla deriva. Quando la nave veleggiò vicino al luogo dov'erano sepolte due delle vittime della sventurata spedizione Franklin, Amundsen si ricordò dell'eroe della sua fanciullezza,

"e con le bandiere spiegate in onore dei morti passammo vicino alla tomba in silenzio solenne ... rendendo omaggio ai nostri sfortunati predecessori".

Adagio e con prudenza, la nave procedette quasi alla cieca verso ovest; Amundsen fu costretto a far calare una scialuppa che precedesse la Gjoa scandagliando il fondo marino; la tensione aumentava a mano a mano che la nave procedeva verso ovest. Finalmente la mattina del 26 agosto il comandante in seconda si precipitò nella cabina di Amundsen gridando: "Una vela! Una vela!". In realtà il passaggio non era ancora compiuto, e, poco dopo, la Gjoa, con una dozzina di baleniere che si trovavano nella zona, rimase bloccata dai ghiacci artici per un altro inverno.

Tombe di Franclin
Il Passaggio a Nord Ovest di Amundsen
Fram
Reduce dai successi ottenuti con la Goja, Amundsen cominciò a prepararsi per la più grande di tutte le avventure artiche, la scoperta del Polo Nord. Progettò di arrivare al polo andando alla deriva in una nave bloccata nel ghiaccio che copre il Mare Glaciale Artico, un'impresa che era stata tentata negli anni 1893-96 dall'illustre esploratore norvegese Fridtjof Nansen, e si era persino accordato per usare la Fram, la solidissima e storica nave di Nansen.
Verso la fine del 1909, i progetti di Amundsen per la spedizione nell' Artide andarono improvvisamente in fumo: il tenace americano Robert Edwin Peary comunicò al mondo di aver raggiunto il Polo Nord. Ecco quanto ci riferisce Amundsen:
"con la stessa velocità con cui aveva viaggiato il telegramma, decisi di mutare rotta e di dirigermi ... verso sud",
dato che il Polo Sud era ormai l'unico che rimaneva da conquistare. Egli sapeva che l'inglese Robert Falcon Scott si stava preparando per un secondo tentativo di raggiungere il Polo Sud e decise che vi era una sola cosa da fare: battere Scott e arrivare per primo alla meta.
Amundsen tenne segreto il suo mutamento di piani ai suoi finanziatori e persino ai membri del suo equipaggio salpando dalla Norvegia il 9 agosto 1910. Non appena la Fram attraversò l'Equatore, gli uomini della spedizione furono  informati che si stavano dirigendo a sud verso l'Antartide.

All'inizio del 1911, la Fram si trovava in un'insenatura al limite della Barriera di Ross, 96 km più vicino al Polo della base di Scott, che si trovava al limite opposto della Barriera di Ross. L'esploratore costitui immediatamente il quartier generale della spedizione, sui ghiacci, a 3 km circa dal mare.
In febbraio, i norvegesi ricevettero la visita di alcuni membri della spedizione di Scott, consapevoli "che il piano di Amundsen era per noi una minaccia molto seria"; oltre a essere più vicino al polo, Amundsen, con le mute di cani, era in grado di partire prima di quanto potesse fare Scott con le sue slitte trainate da pony.
Durante i mesi di febbraio e marzo, gli uomini di Amundsen costituirono sulla barriera di ghiaccio sette depositi di provviste e posero i segnali per indicare la pista per il viaggio verso il polo che doveva essere effettuato nella primavera successiva, poi la Fram, con l'equipaggio ridotto al minimo, salpò per la Nuova Zelanda, da dove sarebbe ritornata solo l'anno dopo. In aprile, con l'inizio della stagione invernale, il sole scomparve, e ricomparve in agosto, ma per quasi due mesi fece troppo freddo per viaggiare; infine, il 19 ottobre 1911, ebbe inizio la corsa verso il polo.

Amundsen partì con gli sci, insieme a quattro compagni e con quattro slitte leggere, trainata ognuna da 13 cani e si diresse a sud attraverso la distesa di ghiacci. Raggiunta la terraferma, il cammino fu bruscamente rallentato dalla barriera dei Monti Regina Maud. La salita passo passo fino alla vetta attraverso il ghiacciaio Axel Heiberg richiese giornate di incredibile fatica: spingendo le slitte o trainandole insieme ai cani, gli uomini si aprirono un varco intorno a crepacci nascosti, valicarono enormi rilievi e attraversarono sterminate distese ondulate di ghiaccio cosi duro da richiedere l'uso di equipaggiamento da roccia. Spesso uomini, cani e slitte furono sul punto di sprofondare in fessure che si allargavano poi in voragini senza fondo; una volta Amundsen chiese ai compagni che lo precedevano: "Com'è il crepaccio?" e si senti rispondere: "Oh, senza fondo come al solito". Dalla vetta dei monti, un vasto alto piano in lieve salita si stendeva verso sud; il tragitto peggiore era ormai alle spalle e non erano più necessari tutti i cani. A un campo che gli uomini chiamarono "la macelleria", Amundsen fece fucilare due terzi degli animali, per risparmiare il cibo e per rifornire di carne sia gli uomini sia i cani rimasti; fu un avvenimento orribile, ma faceva parte del piano di Amundsen.


Il 7 dicembre gli esploratori raggiunsero 88°23' di lati tudine S, il "punto più a sud", toccato da Ernest Shackleton nel 1909.
Gli esploratori erano ora a 180 km dalla meta; avevano solo 17 cani e 3 slitte, ma si alleggerirono ancora, costituendo un ultimo deposito di provviste, il deposito 10 per essere sicuri di ritrovarlo sulla via del ritorno, piantarono attraverso la pista una lunga fila di pali neri da est a ovest - poi proseguirono il cammino, mentre i contachilometri montati sulle slitte segnavano la distanza percorsa ogm gromo.
Il tempo improvvisamente si rasserenò e la superficie del ghiaccio divenne liscia e sgombra: fu come se gli elementi li volessero aiutare; eppure vi era sempre il dubbio assillante di ciò che avrebbero trovato al polo. Alla velocità a cui stavano avanzando, scrisse Amundsen, "dovremmo senz'altro raggiungere la meta per primi, non v'è alcun dubbio. Eppure, eppure ...
Il 13 dicembre gli esploratori si resero conto che avevano solo pochi chilometri da percorrere. "Era come la vigilia di una grande festa, quella notte nella tenda" ricorda Amundsen, il quale, "provava gli stessi sentimenti di quando era bambino, la vigilia di Natale: un'intensa aspettativa di ciò che stava per accadere".
Il mattino successivo gli esploratori si misero presto in cammino, sforzandosi di cogliere un segno qualunque di vita all'orizzonte, ma videro solo "la distesa piatta e sterminata".
Alle 3 pomeridiane del 14 dicembre 1911 raggiunsero finalmente la meta: 90° di latitudine S, il Polo Sud. "Cosi" scrisse' Amundsen, "il velo fu squarciato per sempre e uno dei più grandi segreti della terra cessò di esistere ".
I Norvegesi rimasero al polo quasi quattro giorni, alternando i festeggiamenti alle misurazioni necessarie per completare le osservazioni scientifiche; piantarono inoltre una piccola tenda, con la bandiera norvegese appesa al palo, e lasciarono due messaggi, uno per Scott e l'altro per il Re di Norvegia, pregando Scott di consegnare quest'ultimo, nel caso essi non avessero fatto ritorno.
Il 25 gennaio 1912 gli esploratori furono di ritorno al campo base: avevano percorso 2.980 km in 99 giorni; erano rimasti solo 11 cani e gli uomini sfiniti avevano patito congelamenti, bruciature da vento, accecamento da neve, ma erano stati i primi a raggiungere il Polo Sud.
Esausti e provati dalle intemperie, i cinque esploratori si trascinarono a bordo della Fram, che era tornata alla Baia delle Balene solo due settimane prima.
Nessuno accennava al Polo Sud: i marinai non osavano far domande; infine qualcuno, quasi per caso, domandò: "Ci siete arrivati?" e finalmente tutti gli uomini della spedizione nuovamente riuniti celebrarono degnamente l'impresa con acclamazioni, risate e con una gran festa finale.
La conquista dell'Antartide
Amundsen, qualche anno dopo, decise di intraprendere una nuova spedizione, questa volta nell' Artico: egli progettava di ripetere il tentativo di Nansen di attraversare il Polo Nord con una nave alla deriva. L'esploratore fonanziò l'impresa con il proprio denaro, impegnando tutto quanto possedeva. Provviste, cibo, cani, vestiario: volle il meglio di ogni cosa. Progettò e fece costruire la propria nave, la Maud, e la battezzò, non con lo champagne, ma con un pezzo di ghiaccio.
Il destino della Maud fu però contrassegnato da una serie di disillusioni: salpata da Tromso, in Norvegia, nel 1918, si addentrò nel Mare Glaciale Artico, ma passò i primi due inverni bloccata dai ghiacci vicino a riva; fu poi abbandonata da vari membri dell'equipaggio ed ebbe presto bisogno di numerose riparazioni; dovunque andasse, la Maud sembrava essere al centro di incidenti.
Amundsen tornò in Norvegia, dove il medico gli consigliò di rinunciare alle esplorazioni prima di rimetterei la vita.
Il viaggio della Maud gli era già costato tutto il suo patrimonio, ma Amundsen non intendeva rinunciare al suo progetto di raggiungere il polo.

Maud
Gli era venuta una nuova idea, quella di sorvolare il Polo Nord con un aereo, ma non aveva più denaro, aveva 52 anni ed era rovinato.
I suoi problemi furono risolti una sera in cui ricevette la telefonata di uno sconosciuto: l'interlocutore era Lincoln Ellsworth, un giovane americano molto ricco, che, con grande stupore di Amundsen, si offrì di finanziare il volo polare.
Il 21 maggio 1925 due idrovolanti presero il volo dalle Isole Spitsbergen, diretti in Alaska, ma all'alba del mattino successivo un apparecchio ebbe una perdita al serbatoio e l'altro accusò un guasto al motore; i due aerei furono costretti ad atterrare sul ghiaccio a circa 140 km dal polo e uno rimase danneggiato irreparabilmente. Il 15 giugno, i membri della spedizione riuscirono finalmente a riparare il secondo aereo ed a ripartire. Sovraccarico per il peso di tutti gli uomini, l'aereo si diresse subito verso terra ma precipitò in mare allargo delle Spitsbergen e gli esploratori furono salvati da una nave.
Per strana sorte, quella sventuratissima impresa accese l'immaginazione di tutto il mondo e Amundsen fu di nuovo un eroe ricercato da tutti. Il ritorno a Oslo, con centinaia di barche che gli vennero incontro, con le strade piene di folla per la parata in suo onore, con un pranzo a palazzo reale con il Re.

viaggio aereo di Amundsen
Disilluso dagli aeroplani, Amundsen era pur sempre convinto che fosse possibile effettuare un volo intercontinentale attraverso il polo, con un dirigibile; in seguito a trattative con il governo italiano, Amundsen e Ellsworth ottennero un aeronave di quel tipo.
Il Norge si levò in volo dalle Spitsbergen 1'11 maggio 1926: a bordo vi erano Amundsen: Lincoln Ellsworth e Umberto Nobile, il progettista e pilota del dirigibile. All'ora 1 e 25' del giorno successivo, i trasvolatori lasciarono cadere sul Polo Nord le bandiere norvegese, americana e italiana, e il 14 maggio, atterrarono nel piccolo villaggio di Teller, nell' Alaska, a 80 km da Nome: avevano percorso 5.426 km in 72 ore, ed erano stati i primi a compiere un volo dall'Europa all'America Settentrionale.
Iniziò allora il viaggio più trionfale di Amundsen. Nel frattempo erano sorti dissapori tra Amundsen e Nobile accusato di aver caricato a bordo del Norge non solo lo stretto indispensabile, come concordato, ma anche la sua alta uniforme. Col tempo, i dissapori divennero una vera e propria un'inimicizia. Ciò nonostante, quando il 28 maggio 1928 il 56enne Amundsen seppe che l'Italia, il nuovo dirigibile di Nobile, era precipitato nell'Artide, parti in soccorso del suo vecchio collega.
Alcuni mesi più tardi, un relitto del suo aeroplano fu trovato a nord delle coste settentrionali della Norvegia, ma di Amundsen non si ebbero più notizie. (Nobile e i compagni rimasti con lui furono salvati il 22 giugno).
Così l'uomo che fin dalla giovinezza era stato attratto dall' Artico, trovò là il suo estremo riposo.
Norge
Il suo vecchio amico Fridtjof Nansen riepilogò i sentimenti di molti quando scrisse di Amundsen:
"Ha trovato una tomba senza nome sotto la quiete dei ghiacci, ma il suo nome brillerà a lungo, come la nostra aurora boreale.
Egli venne a noi come una stella splendente, che appare nel cielo buio, poi, improvvisamente, la stella si è spenta, e noi siamo qui, a contemplare con tristezza il vuoto".
 
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