Robert Falcon Scott, 1911 - grandinavigatori

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Robert Falcon Scott, 1911

I grandi navigatori
"Quel pomeriggio seppi per la prima volta che vi era la possibilità di una spedizione nell' Antartide"
scrisse Scott, e aggiunse:
"due giorni dopo feci domanda per ottenerne il comando, e l'anno successivo ottenni la nomina ufficiale".

Egli dedicò entusiasmo ed energia per organizzare la sua prima spedizione in Antartide soprintendendo personalmente a ogni particolare. Il 5 agosto 1901 la sua nave, disegnata appositamente, la Discovery, salpò dalla Manica e si diresse verso sud.
Quando ritornò in patria nel 1904 Scott, a 36 anni, era un veterano dell'esplorazione antartica e fu accolto come un eroe: aveva superato con successo due inverni polari; aveva compiuto personalmente la prima traversata in pallone del continente ghiacciato; con due compagni era arrivato in slitta fino a 82° 17' di latitudine S, il punto più a sud mai raggiunto; i suoi uomini avevano tracciato carte geografiche e rilievi topografici di vaste zone e avevano raccolto centinaia di campioni geologici" e una quantità di dati sul clima e sulle condizioni meteorologiche di quell'inaccessibile continente meridionale di cui si sapeva ben poco.
.Negli anni successivi Scott riprese la carriera in Marina, si sposò ed ebbe un figlio, ma il fascino del Polo Sud non lo abbandonava ed egli fini per decidere di ritornare nell'Antartide, questa volta per conto proprio.
Il viaggio sarebbe stato finanziato non da una società scientifica, ma da una sottoscrizione pubblica. Scott progettava di svolgere ancora una volta una serie di approfonditi studi scientifici (reclutò un gruppo di illustri scienziati che comprendeva biologi, geologi, un meteorologo, un fisico e tre medici), ma, come egli stesso annunciò pubblicamente, la sua meta principale era quella "di raggiungere il Polo Sud e di assicurare all'impero britannico l'onore di quella impresa". Il Polo Sud era l'ultimo dei grandi obiettivi geografici.
Scott affrettò i preparativi quando seppe che nel gennaio 1909 Ernest Shackleton (che aveva partecipato alla sua precedente spedizione nell' Antartide nel 1901-1904) aveva conquistato un nuovo primato, arrivando a 180 km dal  Polo Sud. Era proprio quel genere di notizia che piaceva al grande pubblico e alla quale i giornali dedicavano ampio spazio. E i giornali registrarono debitamente l'avvenimento, quando la Terra Nova, la nave del quarantaduenneScott, parti nel giugno 1910 per mettere alla prova il coraggio degli Inglesi di fronte all'ignoto.
In Australia, Scott ricevette un colpo inatteso: trovò ad aspettarlo un telegramma dell'esploratore norvegese Roald Amundsen: "Mi pregio informarla procediamo Antartide. Amundsen". Il norvegese, che per tutta la vita aveva sperato di arrivare per primo al Polo Nord, dove era stato recentemente preceduto da Robert Peary, aveva ora rivolto la sua attenzione al Polo Sud. Si determinò così un acceso spirito di competizione.
Preoccupato, ma non scoraggiato, Scott prosegui nel suo programma e, in Nuova Zelanda, imbarcò le ultime provviste, tra cui 19 pony della Manciuria e 33 cani da slitta siberiani. Scott aveva a bordo anche tre slitte sperimentali a motore, ma egli contava soprattutto sui pony per il trasporto dei carichi pesanti anche se più di una volta aveva ricevuto il consiglio di usare cani e soltanto cani.
Terra Nova
Nel gennaio 1911, dopo una tempestosa traversata della Nuova Zelanda e una difficile navigazione tra i ghiacci galleggianti e gli iceberg che circondano l'Antartide durante l'estate, la Terra Nova approdò a Capo Evans, nell'Isola di Ross. Dominata dalla mole del Monte Erebus, un vulcano in attività, e del suo gemello Monte Terror, un vulcano spento, l'Isola di Ross è ai margini di quella distesa galleggiante di ghiacci chiamata Barriera di Ross, oltre la quale si erge bruscamente il continente montuoso dell' Antartide; il Polo Sud è situato su un altopiano, circa 1.300 km a sud dell'Isola di Ross.
Il suo compito immediato, una volta costruiti gli alloggiamenti invernali a Capo Evans, era quello di trasportare sulla calotta ghiacciata parte dei rifornimenti da usare inprimavera. Scott aveva deciso di costituire un deposito di circa una tonnellata di cibo, di combustibile e di foraggio (l'One Ton Depot) a 80° di latitudine S sulla piattaforma ghiacciata, ma a causa del cattivo tempo fu possibile collocare questo importantissimo deposito solo 32 km più a nord del punto prescelto dal comandante. "Abbiamo già costituito un buon punto di partenza per l'anno prossimo" scrisse allora Scott con soddisfazione, ma il fatto che questo deposito fosse a una distanza dal polo maggiore del previsto avrebbe avuto tragiche conseguenze.
Mentre una parte dell'equipaggio di Scott trasportava con difficoltà i rifornimenti all'One Ton Depot, la Terra Nova si diresse verso est per compiere una ricognizione dell'estremo limite della piattaforma ghiacciata. Con grande sorpresa, gli Inglesi trovarono la nave di Amundsen, la Fram, ancorata nella Baia delle Balene, un'insenatura nei pressi della Barriera dei ghiacci. L'incontro fra gli Inglesi e i Norvegesi, i soli uomini sull'intero desolato continente, fu cordiale, anche se un po' forzato. La Terra Nova portò a Capo Evans notizie allarmanti: i Norvegesi si stavano preparando per la conquista del polo.
Sorpreso e piuttosto sconcertato, Scott cercò di valutare la situazione:
la base di Amundsen (la Baia delle Balene)
era 96 km più vicina al Polo Sud
della base di Scott (isola di Ross)
I Norvegesi avevano 100 cani da slitta, tutti in eccellenti condizioni, ed erano esperti nella guida delle mute; inoltre, non si facevano scrupolo di usare gli animali come una specie di dispensa viaggiante, di cui disfarsi man mano per nutrirsi.

Baia delle balene
Scott si rendeva conto che Amundsen "può cominciare il suo viaggio all'inizio della stagione non appena le condizioni meteorologiche lo permettono, cosa impossibile con i pony". Nel tragitto effettuato per costituire il deposito, i pony avevano sofferto spaventosamente e alcuni erano già morti per assideramento; il fitto pelo lanoso non li riparava a sufficienza dalla neve minuta portata dal vento, mentre si muovevano faticosamente, affondando fino al ventre nei cumuli di neve.
"È chiaro che la tormenta è terribile per questi poveri animali .. "
scrisse tristemente Scott
"L'anno prossimo sarà necessario ritardare la partenza".
"Penso che, molto probabilmente, l'anno prossimo due gruppi raggiungeranno il polo" concluse
uno degli uomini di Scott, "ma Dio solo sa quale dei due arriverà per primo".

Nonostante lo svantaggio iniziale, Scott decise di non cambiare i propri piani.
Scott e i suoi uomini trascorsero l'inverno confortevolmente sistemati nei loro alloggiamenti a Capo Evans e con il ritorno della primavera antartica essi partirono diretti al polo. Il gruppo di avanguardia, su slitte a motore, lasciò il promontorio il 24 ottobre 1911.
Il 10 novembre, seguirono sulla stessa pista Scott e gli altri gruppi di rinforzo, che portavano rifornimenti da lasciare lungo il percorso per il viaggio di ritorno.
(Amundsen, con quattro compagni e 52 cani aveva lasciato la Baia delle Balene circa due settimane prima, il 19 ottobre)
La prima parte del viaggio, attraverso la Barriera di Ross, fu una vera tortura per gli uomini, i cani e i pony.
Lo sforzo di trascinare le slitte sopra i sastrugi - creste ghiacciate di neve spazzata dal vento - e attraverso alti cumuli di neve fresca, risultò eccessivo per la resistenza dei pony ed entro cinque settimane i pony che non erano morti assiderati, furono uccisi per essere mangiati. Continue tempeste di heve contribuirono a ostacolare il cammino. "La nostra sfortuna con il tempo è incredibile" dichiarò Scott.
Dal 4 all'8 dicembre una terribile bufera di neve tenne inchiodati gli esploratori nelle loro piccole tende, con spreco non solo di tempo prezioso, ma anche di cibo e di combustibile accuratamente razionati.
Il 9 dicembre gli uomini raggiunsero i piedi del ghiacciaio Beardmore.
Dopo aver costituito un deposito di rifornimenti sulle basse pendici del ghiacciaio, gli ultimi cani furono rimandati indietro con un gruppo di rinforzo che non era più necessario. Gli uomini, costretti ora a trainare le slitte cariche su per il ghiacciaio procedevano lentamente, ma Scott si manteneva ottimista.
Il 14 dicembre scrisse nel suo diario: "È splendido procedere trovando un'adeguata ricompensa al lavoro che stiamo portando avanti".
In quello stesso pomeriggio, lontano verso sud, Amundsen e i Norvegesi piantavano la loro bandiera al Polo Sud.
Dopo circa due settimane gli Inglesi raggiunsero la cima del ghiacciaio, e quando arrivò il Natale avevano già percorso un buon tratto dell'altopiano polare.
Il 4 gennaio 1912, a 240 km dalla meta, Scott rimandò al campo base l'ultimo dei gruppi di rinforzo e prosefuì con i quattro compagni prescelti per il balzo finale verso il polo, furono il dr. Edward Wilson, un vecchio amico e un veterano della spedizione con la Discovery, il tenente di cavalleria L.E.G. Oates, il sottufficiale di marina Edgar Evans, e il tenente di vascello Henry Bowers.
Bowers fu aggregatoo al gruppo che doveva raggiungere il polo all'ultimo momento. Fu forse l'errore più disastroso di Scott: le sue tende erano adatte per alloggiare quattro persone e il cibo e il combustibile previsti erano sufficienti solo per quattro; inoltre Bowers aveva lasciato i suoi sci al ghiacciaio e doveva quindi faticosamente viaggiare a piedi, rallentando il resto della comitiva. Ormai soli, i cinque uomini cercarono disperatamente di percorrere almeno 16 km al giorno.
Il 15 gennaio Scott calcolò "che due lunghe marce li avrebbero portati al polo", ma un sospetto lo assali e aggiunse: "Il Polo Sud dovrebbe essere ormai una certezza e l'unica eventualità che ci sgomenta è di trovarvi la bandiera norvegese".

Il mattino successivo tutte le speranze e i sogni di Scott crollarono:
a circa 18 km dal polo, gli esploratori trovarono una bandiera nera legata a un supporto di slitta, i resti di un campo, tracce. di sci e impronte di cani sulla neve. "Questi segni sono rivelatori" scrisse amaramente Scott.

"I Norvegesi ci hanno preceduto e sono arrivati per primi.
È una terribile delusione, e ne sono molto addolorato per i miei fedeli compagni".

Il giorno seguente, il 17 gennaio 1912, Scott raggiunse la meta.
"IL POLO" egli scrisse nel suo diario. "Si, ma in circostanze molto diverse da quelle che ci aspettavamo ... buon Dio! Questo è un posto spaventoso e più che terribile per noi, che abbiamo faticato senza la ricompensa di essere arrivati per primi". Poi aggiunse con un sinistro presentimento: "E ora il ritorno con una lotta disperata.
Mi domando se riusciremo".


Robert Scott raggiunge il Polo Sud
Poco lontano, il 18 gennaio, gli uomini stanchi e scoraggiati trovarono la tenda di Amundsen sormontata dalla bandiera norvegese, pezzi di equipaggiamento e una lettera indirizzata a Scott.
Costruimmo un tumulo" nota Scott, "vi mettemmo sopra la nostra povera e trascurata bandiera e ci fotografammo; un lavoro gelido ... abbiamo voltato le spalle alla meta della nostra ambizione e ora dobbiamo affrontare 1.300 km di faticoso cammino, e addio alla maggior parte dei nostri sogni!"
Diretti verso nord, lungo la pista percorsa nell'andata, gli Inglesi ebbero un breve periodo di bel tempo. Quando il vento soffiava alle loro spalle di tanto in tanto, potevano issare una vela, facilitando così il traino delle slitte.


Tutti cominciavano a mostrare segni di indebolimento: sfinimento, fame, congelamento e cecità da neve.
Le note di Scott della settimana successiva hanno già un tono fosco: "Oates soffre per il freddo e la fatica". "Evans è certamente molto indebolito". "La situazione comincia a diventare seria". "Una brutta marcia ... solo 11 krn ". Il 25 gennaio egli scrisse: "È ora che ce ne andiamo da questo altopiano ... Oates soffre per un piede congelato; le dita e il naso di Evans sono in cattivo stato e stasera Wilson soffre terribilmente agli occhi".
Quello stesso giorno Amundsen e i suoi compagni raggiunsero sani e salvi il loro campo base nella Baia delle Balene.
Una gamba di Wilson divenne gonfia e infiammata in seguito allo strappo di un tendine; Scott cadde facendosi male a una spalla; Evans,che aveva perso due unghie delle mani congelate, si feri seriamente alla testa in un paio di brutte cadute.
In febbraio, con la breve estate antartica già in declino, la temperatura cominciò a calare. "La temperatura è di 12° C più bassa di quando siamo passati di qui".
le condizioni di Evans cominciarono a peggiorare, stordito dalle ferite alla testa e indebolitissimo, non era più in grado di aiutare neppure nei piccoli lavori dell'accampamento; durante la marcia continuava a rimanere indietro. A mezzogiorno del 17 febbraio rimase talmente indietro che gli altri dovettero ritornare con gli sci a cercarlo. Trasportato sotto una tenda, Evans cadde in coma profondo e durante la notte mo.
Scott, Oates, Wilson e Bowers proseguirono attraverso la Barriera ghiacciata percorrendo a volte solo 8-9 km al giorno con una temperatura che scendeva regolarmente a -400 C. Il combustibile, indispensabile per il   riscaldamento e per cucinare, scarseggiava. Ora tutti soffrivano di scorbuto. Oates aveva i piedi congelati così gravemente che, al mattino, non riusciva quasi a infilarsi   le scarpe, non era più in grado di trainare la slitta e brancolava penosamente, diventando ogni giorno più debole. Il 15 marzo, rendendosi conto di ritardare la marcia e di diminuire così la possibilità di sopravvivenza degli altri, Oates chiese di essere lasciato indietro; i suoi compagni  rifiutarono, ed egli si trascinò ancora per qualche chilometro. Il 16 o il 17 marzo svegliatosi mentre infuriava una bufera di neve, Oates disse ai compagni: "Vado fuori, forse per un po' di tempo". Con queste parole lasciò la tenda e scomparve per sempre nel turbinio della neve.
"Sapevamo che il povero Oates camminava verso la morte" commentò Scott, "ma sebbene avessimo tentato di dissuaderlo, ci rendevamo conto che era l'atto di un uomo coraggioso e di un gentiluomo inglese". Poi aggiunse spietatamente: "Tutti noi speriamo di saper affrontare la morte con altrettanto coraggio, e certamente la fine non è lontana".
Scott, Wilson e Bowers avanzarono lentamente e faticosamente verso nord tra bufere di vento e con temperature di -40 C; tutti e tre avevano ormai i piedi congelati. Con poco vitto e combustibile, il 20 marzo essi calcolarono di essere a soli 17 km dalla grande riserva di provviste, l'0ne Ton Depot che, a causa del cattivo tempo, era stato costituito nella primavera precedente 32 km più a nord del punto prescelto da Scott.
I tre uomini non furono in grado di superare l'ultimo tratto, ma rimasero bloccati nella loro tenda da una bufera di neve; ogni giorno progettavano di riprendere la marcia, ma le raffiche della bufera non davano tregua. Il 23 marzo Scott scrisse: "La tormenta è sempre forte ... domani l'ultima possibilità, finito il combustibile, e vitto ancora per un giorno o due, la fine è ormai vicina".

Il 29 marzo Scott scrisse: "Dal 21 imperversa una tempesta senza soste ... Ogni giorno siamo pronti a partire per il nostro deposito lontano solo 17 km, ma fuori della tenda c'è sempre lo stesso turbinio di neve portata dal vento. Non penso di poter sperare ora che le cose migliorino. Insisteremo fino alla fine, ma naturalmente siamo sempre più deboli e la fine non può essere lontana. È un peccato, ma non penso di poter più scrivere. R. Scott". Poi con tratti incerti aggiunse: "Ultimo messaggio. Per amor di Dio, prendetevi cura delle nostre famiglie".
Otto mesi dopo, nel novembre 1912, una spedizione di soccorso trovò l'ultimo campo di Scott. I tre uomini giacevano nell'estremo riposo, Wilson e Bowers nei sacchi a pelo chiusi, Scott con il sacco a pelo e la giacca aperti e col braccio abbandonato su Wilson, suo amico e compagno di due spedizioni nel!' Antartide.
l diari e le pellicole fotografiche di Scott erano completi e intatti.
La colonna di soccorso tolse i paletti della tenda, lasciando i corpi gelati come erano stati trovati e li coprì con un tumulo di blocchi di neve.
come monumento commemorativo, i sopravvissuti della spedizione eressero una croce di legno su un colle sovrastante Capo Evans, con l'iscrizione di un verso dell'Ulisses di Tennyson. Era un verso che lo stesso Scott avrebbe potuto scegliere come epitaffìo:
"Lottare, cercare, trovare e non arrendersi".
 
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